Jehnny Beth all’Arci Bellezza: un’ora di furia, energia e passione
In qualche modo anticipatrici di tutta l’ondata (neo) post-punk a venire, le Savages restano nella memoria non solo per aver dato alle stampe due dischi eccellenti — Silence Yourself (2013) e Adore Life (2016) — ma anche per l’intensità incendiaria dei loro live. Suono assassino, canzoni monumentali e una front woman magnetica come Jehnny Beth (francese, all’anagrafe Camille Berthomier): carisma incontenibile, sguardo spiritato e un’energia capace di incendiare ogni palco.
La parabola successiva la conosciamo: lo scioglimento della band, la carriera solista, la rinnovata collaborazione con Johnny Hostile (Nicolas Congé), le incursioni nel cinema — tra cui Anatomia di una caduta di Justine Triet — e la conduzione televisiva per Arte. Una figura poliedrica e inquieta, che proprio nella musica sembra voler ritrovare ogni volta un nuovo punto d’equilibrio.
Con i due dischi solisti, To Love Is To Live (2020) e il più recente You Heartbreaker You (2024), Jehnny Beth ha progressivamente spostato il proprio baricentro sonoro: prima verso un’elettronica pulsante e scura, poi verso una chitarra ruvida, abrasiva, quasi noise. E dal vivo, questa metamorfosi trova oggi la sua forma più compiuta.
Il concerto
All’Arci Bellezza di Milano, davanti a una sala piena e caldissima, Jehnny Beth e la sua band — Hostile alla chitarra, Hughes Rive al basso e Cyprien Jacquet alla batteria — hanno dato vita a un’ora scarsa di spettacolo che è parsa concentrata come un pugno. Un set forse breve, ma denso, fisico, trascinante, che ha ricordato a tutti perché, sul palco, Jehnny resta una delle performer più magnetiche della sua generazione.
Il suono è stato potente, granitico, dominato da chitarre distorte e ritmi serrati, ma anche pieno di dettagli e variazioni che ne hanno impedito l’omologazione. Brani come Broken Rib e I’m The Man hanno incendiato la sala, mentre le cover di Army of Me (Björk) e Inversion (Quicksand) sono diventate episodi sorprendenti, filtrati dalla personalità feroce e teatrale della cantante. La voce, graffiante e viva, ha saputo tenere insieme il rumore e la melodia, il corpo e l’emozione.
Jehnny Beth in concerto dimostra di essere un’artista totale
Jehnny Beth si è gettata più volte nel pubblico, ha danzato, urlato, stretto mani, trasformando ogni gesto in una piccola esplosione di empatia e tensione. Tutto è apparso autentico, fisico, sincero: un ritorno alla dimensione più viva del rock, dove la performance non è artificio ma bisogno di comunicare.
Il momento più alto arriva con I See Your Pain, che chiude il concerto senza bis, ma con la sensazione che non servisse altro: un brano dolente e catartico, che lascia in sospeso, come una ferita aperta.
Un’ora soltanto, sì — ma intensissima, compatta, senza un attimo di tregua.
Jehnny Beth dimostra così di essere ancora un’artista totale, capace di fondere teatralità, fragilità e potenza in un’unica visione. Non è (più) il tempo delle Savages, ma il fuoco che ardeva allora brucia ancora, forse con una luce diversa, ma altrettanto viva.














