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BERT JANSCH – LIVE AT THE 12 BAR (Earth Recordings – 1995, ristampa 2015)

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di Antonio Vivaldi 

Al contrario del povero Nick Drake, Bert Jansch riuscì in vita a vedersi gratificato del titolo di maestro”, “nume tutelare”, “fonte di ispirazione” e così via da artisti più giovani di lui come Johnny Marr, Beth Orton e Bernard Sumner, così come dall’anziano monumento Neil Young. Eppure, anche in questa seconda giovinezza artistica iniziata a metà anni ’90 Jansch scelse di minimizzare il suo ruolo e il suo talento, proprio come aveva fatto verso il 1965-66, quando era il principe beatnik dei folk club londinesi e Jimmy Page gli rubava le melodie. (Il ritorno alla notorietà fu così clamoroso che una rivista trendy quale Musica! mi spedì trasferta a Torino per un’intervista poi pubblicata con parecchio risalto in mezzo a pezzi sui Black Eyed Peas e tipi del genere.)

Il disco che la Earth Recordings ripropone ora per inaugurare una serie di ristampe dedicate al musicista scozzese può sembrare un episodio minore; in realtà è il caposaldo  di quella rinascita. Dunque, nel 1995 Jansch è semidimenticato: la seconda versione dei Pentangle non ha saputo rilucidare la scintillante fusion folk-jazz-blues dei primi sei album, mentre la produzione solista anni ’80 è risultata volonterosa, occasionalmente ispirata, ma nell’insieme spenta, proprio come la mente del nostro, alle prese con un serio problema di alcolismo. Poi però, grazie a una brava dottoressa, a un abile pubblicista e a concerti a cadenza settimanale in un club di Soho, tutti sono felici di celebrare il ritorno in superficie di uno dei geni del folk revival britannico. Il Bert Jansch di Live At The 12 Bar è astemio, centrato, concentrato e l’esibizione scorre fluida secondo i canoni di quell’intensità laconica a che è il tratto caratteristico sia di una chitarra capace di essere orchestrale senza torrenti di note sia di una voce limitata nel registro eppure espressiva nei suoi modi trattenuti. Il repertorio spazia da brani sixties che hanno fatto la storia della musica inglese come Strolling Down The Highway a cose che saranno pubblicate di lì a poco nel bellissimo e autunnale When The Circus Comes To Town. Fra un pezzo e l’altro Jansch biascica poche parole e soltanto prima di Let Me Sing fa un breve discorso in cui è atento a scandire ogni parola: “Una piccola canzone su un folksinger cileno che si chiamava Victor Jara e fu assassinato durante un colpo di stato nel suo paese solo per aver cantato e suonato la chitarra”. Commovente e asciutto, proprio come  la cifra stilistica di un artista sommo senza averne l’aria.

7,8/10

httpv://www.youtube.com/watch?v=7QcipK8qzpk

Let Me Sing

La ristampa di  Live At The 12 Bar curata dalla Earth Recordings è per la prima volta anche in vinile, propone una copertina diversa rispetto alla prima edizione Cooking Vinyl e nella tracklist corregge un buffo errore di stampa che aveva trasformato  Blackwaterside (il tradizionale di cui si era appropriato Jimmy Page per farne Black Mountain Side) in una comunque credibile Blackwaterslide. 

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La copertina della prima edizione

 

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