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OLD FIRE – SONGS FROM THE HAUNTED SOUTH (Kscope – 2016)

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Un progetto portato avanti nel corso di 10 anni. Complimenti alla perseveranza di John Mark Lapham

di Antonio Vivaldi

Dieci anni per registrare 13 canzoni: un primato di gestazione – e dedizione – sonica. John Mark Lapham, compositore e programmatore di Abilene, Texas, di sicuro non è un ansioso, visto che ha fatto parte degli Earlies, una formazione che funziona a singhiozzo dal 2004 tra rari concerti e file musicali inviati via e-mail da un lato all’altro dell’Atlantico. Songs From The Haunted South prende spunto da una collaborazione fra Lapham e il concittadino Micah P. Hinson che nel 2006 sfociò in un opaco ep (Lights From The Wheelhouse) a nome The Late Cord. L’idea di lavorare su un suono fra il rustico e l’etereo è stata comunque portata avanti dal nostro con la sigla Old Fire e il coinvolgimento di strumentisti e cantanti di varia provenienza, fra cui l’instancabile remixatore Steven Wilson, il talentuoso tastierista DM Stith (che con Lapham gestisce anche il più decadente progetto The Revival Hour) e il chitarrista degli Swans, temibile fin dal nome, Thor Harris. In realtà l’ospite che suscita più emozione è colui che ha registrato le prime parti vocali dell’album (il brano è Shadows), vale a dire il sessantanovenne Tom Rapp, a suo tempo leader di un leggendario ensemble psych-folk, i Pearls Before Swine.
Con così tanto lavoro di pensiero alle spalle c’era il rischio che la montagna partorisse il dischino e in effetti Songs From The Haunted lascia al primo ascolto qualche dubbio. Intanto l’atmosfera complessiva richiama un nord dalle luci fioche più che un “sud infestato dai fantasmi” e poi l’accostamento fra strumentali sognanti e melodiche cover di provenienza indie (Low, Shearwater, Jason Molina, ma anche Psychic TV) fa pensare sin troppo a un ricalco dei This Mortal Coil (non a caso anche qui c’è la lunga mano ispiratrice di Ivo Watts-Russell). Per fortuna gli ascolti successivi – inizialmente motivati più che altro dal rispetto per l’impegno dell’artista – migliorano la situazione: emerge la limpida-timida bellezza di molte canzoni e si delinea meglio l’idea base del progetto: il sud descritto qui non è quello fra demonio, polvere e psicosi di David Eugene Edwards e Flannery O’Connor, quanto piuttosto uno spazio mentale disabitato e vasto che può essere sia inquietante sia rassicurante e dove è il dettaglio strumentale o melodico a far pesare, di pochi grammi, la bilancia delle sensazioni da una parte o dall’altra.

7,5/10

httpv://www.youtube.com/watch?v=uoIje9I_kjA

Bloodchild

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