Parkay Quarts

Parkay Quarts

di Marina Montesano

Parkay Quarts è il nome che indica la metà dei Parquet Courts: vi compaiono il cantante e il chitarrista, Andrew Savage e Austin Brown, aiutati da altri musicisti, mentre manca la sezione ritmica generalmente fornita da Max Savage e Sean Yeaton. Non è l’inizio della fine, per i Parquet Courts, perché i due che mancano sono momentaneamente impegnati con studi e famiglia, e Content Nausea si collega strettamente a quanto i quattro hanno fatto ascoltare sinora. Non è, tuttavia, il seguito di Sunbathing Animal, apparso pochi mesi orsono, e introduce qualcosa di nuovo. Savage e Brown sembrano infatti interessati a sperimentare un po’ di più. Everyday It Starts, dalle cadenze robotiche, si basa su poche frasi e comunica l’ansia di cui parla il testo; la cavalcata della title track riprende suoni tipici della band, fra dissonanze velvetiane e chitarre stile Television, così come Slide Machine. Ma è con la sesta canzone, Pretty Machines, che le cose cambiano sul serio. Non perché mutino i riferimenti stilistici consueti della band, come quelli appena citati, ma perché, per la prima volta, l’intelligente esperimento di ingegneria musicale che sono stati sinora i Parquet Courts, più cervello che cuore e viscere, sembra prendere improvvisamente vita; e quando entra il sax, suonato alla maniera dei Roxy Music negli anni ’70, si capisce che siamo dinanzi al brano migliore del gruppo e a un piccolo capolavoro tout court. Al pari del testo, tagliente quadretto del consumismo made in NY, con una sciabolata alla scena indie:
“Punk songs, I thought that they were different
And I thought that they could end it
No, no it was a deception
Well, the number of tears
And the number of beers were dried out and accounted
For a number of years
But these days I fear that my window was just a reflection
Still, you think that you’re not a servant
You think that you can avoid
The stylish institution, worshipping illusions
Things you thought you could destroy
Oh, crowded loud and crimson was my view from the pit
I was wild, I was weird, I was shackled to it”.
Un altro grande momento (sebbene non si possa dimenticare la cover molto divertente del superclassico These Boots Are Made For Walking) è dato dalla conclusiva Uncast Shadow Of A Southern Myth, che con toni dolenti ritorna sulla tradizione americana, portando per una volta la band lontana dalla sua New York: Antietam, Tupelo, Strange Fruit, Heartbreak Hotel; non manca niente in una canzone che comincia come Dylan e finisce in un delirante ‘minuto Pixies’.
Non tutto è a questo livello ma, cascato alla fine del 2014, Content Nausea è di gran lunga superiore a Sunbathing Animal e lascia sognare. Che il capolavoro sia dietro l’angolo?

8/10

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Parkay Quarts – Pretty Machines

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