Dopo otto anni di assenza dalla scena, almeno musicale, A$AP Rocky ritorna con Don’t Be Dumb.
Otto anni, nel rap, non sono un intervallo: sono un cambio d’epoca. Mentre A$AP Rocky rimaneva sospeso tra singoli intermittenti, cinema, passerelle, tribunali e una vita privata ormai convertita in pubblica, la scena è cambiata non poco. Nel 2018 usciva il suo Testing, che a me era piaciuto, sebbene nel tempo non abbia poi lasciato tanto il segno, ma che aveva incontrato generalmente reazioni tiepide. Ecco, nel 2018 usciva anche YE, ovvero l’ultimo disco “sano” di Kanye West (e che disco!); Migos erano appena arrivati al grande successo; Tyler the Creator avviava l’ascesa allo stardom. È comprensibile che, per una fascia di ascoltatori, insomma, Rocky sia diventato soprattutto “il marito di Rihanna”. Don’t Be Dumb arriva dunque con un compito ingrato: non soltanto tornare a dire “ci sono”, ma anche rimettere in ordine la gerarchia di A$AP Rocky tra la musica e tutto il resto.
Manca un hit, ma non la qualità
Don’t Be Dumb è ricco di bei momenti, e nell’insieme risulta piacevole per la varietà di stili e atmosfere, sebbene manchi di veri bangers, tipo Praise The Lord (Da Shine) scritta insieme al re del grime inglese Skepta, su Testing. Il disco si apre subito su un equilibrio che è quasi una cifra stilistica: Order of Protection tiene insieme il lato bad boy e quello street-wise con una leggerezza ironica, una sicurezza ormai talmente interiorizzata da permettergli di giocare anche con l’auto-parodia, come nei video in bigodini rosa. Su Helicopter il clima si fa invece più scuro: la base poggia su bassi profondi e viscosi, mentre il brano procede con un’aria costantemente minacciosa, come se la tensione non dovesse mai sciogliersi del tutto.
Stole Ya Flow è una frecciata diretta, con Drake chiamato in causa senza troppi giri di parole, mentre Stay Here 4 Life funziona soprattutto per i cambi di ritmo del flow, che spezzano e ricompongono il brano più volte. Qui Rocky parla della propria vita attuale: «Vedo la vita attraverso una nuova lente, mi scuote, mi commuove, sto pensando che dovresti venire a vivere con me. Mettiamoci insieme e facciamo un po’ di figli, perché cazzo no? La verità è che sono appena stato colpito da Cupido».
Alcune collaborazioni importanti
Talvolta i pezzi con Brent Faiyaz cambiano pelle lungo il percorso, trasformandosi quasi in piccoli medley, una soluzione compositiva che richiama modalità già care a Tyler, The Creator e anche allo stesso A$AP Rocky. I due firmano insieme peraltro uno dei momenti migliori del disco, Fish n Steak; senza dimenticare, sempre fra i vertici, Whiskey con i Gorillaz. Video, copertina e in generale risentono della collaborazione con la band di Albarn, ma vedono anche la firma (e un cameo) di Tim Burton.
Playa, con Thundercat, gioca su coordinate funk e morbide, ma è No Trespassing a risultare più incisiva, mentre Stop Snitching sceglie consapevolmente una via meno melodica, più secca e frontale. STFU spinge su glitch elettronici e su un’aggressività nervosa che ricorda certi momenti dell’ultimo Danny Brown. Sul versante opposto, Punk Rocky vira verso un indie-pop piacevole ma non memorabile, così come Air Force (Black deMarco) – che punta su una maggiore sperimentazione senza però lasciare un segno profondo. Robbery, con la stella in ascesa Doechii, si muove su coordinate jazzate e campiona Duke Ellington. C’è infine una nuova ballata (i due hanno già collaborato in passato) con Jessica Pratt: The End.
Don’t Be Dumb conferma il talento di A$AP Rocky
Nel complesso, Don’t Be Dumb riesce a dimostrare che A$AP Rocky è ancora rilevante nel mondo del rap. Non tutto è necessario, non tutto è rifinito allo stesso modo, e un editing più severo avrebbe giovato alla compattezza dell’insieme, perché 60 minuti sono troppi. Ma ciò che resta è un album che non suona come un’operazione di rientro forzato né come un esercizio di nostalgia: Rocky torna occupando lo spazio che gli è più congeniale, quello dell’artista che sa ancora orchestrare linguaggi diversi, decidere quando esporsi e quando sottrarsi, e far coincidere — almeno in parte — la propria biografia pubblica con una proposta musicale credibile. Non è un punto di arrivo, ma è una buona affermazione. Che, dopo otto anni, non era affatto scontata.
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