The Ground Above è il nono disco di Beth Orton e anche il suo migliore. Di solito non succede.
Fanno trent’anni da quando Beth Orton incise Trailer Park, il disco che sancì l’affermarsi del sottogenere chiamato folktronica. All’epoca sembrava una cosa di tendenza, una fusion atipica che però non ebbe grandi sviluppi, anche se l’album resta molto piacevole e la canzone d’apertura, She Cries Your Name, merita di stare in ogni flusso di coscienza degli anni ’90 come decennio multidirezionale ma anche incerto su dove andare davvero.
Nemmeno la carriera di Beth Orton ebbe grandi sviluppi (buono fu comunque il successivo Central Reservation), attestandosi in un ambito autoriale un po’ generico. Poi arrivarono il Covid e un pianoforte di seconda mano comprato per poter suonare a casa da cui partì una vera e propria seconda vita artistica, attestata da Weather Alive (2022). Taluni ne parlarono come del miglior album di Orton, persino superiore a Trailer Park divenuto un po’ vecchio nei passaggi pop. Adesso la questione è superata grazie a The Ground Above che va considerato, oltre ogni ragionevole dubbio, il capolavoro della cinquantacinquenne artista inglese, nonché uno dei Top 20 (o persino qualcosa di meglio?) del 2026.
The Ground Above: un percorso di elevazione
“Sono invincibile come il dolore/ Violenta come lo scatto di una lama/ Estatica come un amore materno/ Che lacera la terra fino al cielo di sopra” dice la strofa che apre la title track e tutto l’album: immagini prima aspre e poi sempre più in cerca di un’elevazione che pare finalmente a portata di mano.
Questa dialettica fra rischio ancora pecepibile e prossimità di un approdo sicuro è il tratto caratterizzante di The Ground Above che potrebbe essere visto come un unico monologo interiore (“ieri stavo parlando di nuovo da sola” – Celestial Light), oppure un tracciato lungo il quale, per fortuna, “il tempo si muove più veloce del dolore” (Cigarette Curls). Alla fine ecco che “la voce è risuonata forte, sono viva, sono qui. E canto a voce alta per la mia libertà, per la mia vita” (Otherside). Dunque sì, la terra in alto è stata strappata e il cielo è visibile.
La musica come perfetta compagna delle parole
Solo otto sono le tracce che compongono The Ground Above e tutte piuttosto lunghe, andando da un minimo di 4:38 a un massimo di 8:33. All’apparenza formano un blocco marmoreo piuttosto compatto a cui la voce, molto cambiata rispetto agli esordi, dà un tono aspro, sovente viscerale. Viene da pensare a prigioni michelangioleschi che si liberano dalla pietra per assumere forme proprie e più riconoscibili ascolto dopo ascolto (in questo aiuta molto il magnifico piano di Sam Beste, già con Amy Winehouse).
Se la title track ha una coinvolgente struttura circolare tra Beth Gibbons e Van Morrison e Cigarette Curls rimanda ai toni nebbiosi del lavoro precedente (però diradandoli a poco a poco), le canzoni che meglio identificano il percorso della liberazione-ascesa sono la ritmata Waiting (alla Laura Nyro) e la potente, sicura di sé Otherside, come detto collocata a fine programma. Sintetizzando: non sempre essere intensi significa essere pesi.
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