Ed O’Brien e Blue Morpho: la fatica di vivere (e di essere un Radiohead).
Blue Morpho è il secondo album da solista di Ed O’Brien, il chitarrista dei Radiohead. Il disco segna il suo ritorno a sei anni dall’esordio con Earth, dopo aver superato un periodo difficile. Far parte di una band che ha creato pietre miliari come Ok Computer o Kid A comporta un peso notevole: le aspettative sono altissime e spesso si dimentica che l’alchimia di un gruppo può produrre risultati straordinari, difficili da replicare, o anche solo da avvicinare, da soli. Questo è il problema, e qui mi assumo tutte le responsabilità del caso, perché sto parlando di un album che ha avuto un’accoglienza più che decorosa.
Un’opinione controcorrente
Trovo, infatti, che ci sia qualcosa di frustrante in Blue Morpho, non perché sia brutto nel senso tradizionale del termine: anzi è pieno di arrangiamenti raffinati, archi sontuosi, chitarre che funzionano e atmosfere curate al millesimo. Il problema è che tutta questa bellezza sembra nascondere un vuoto compositivo ed emotivo che il disco nella sua interezza non riesce a colmare. O’Brien parte da un malessere personale pesante – depressione, crisi di mezza età, periodo storico – e prova a trasformare il tutto in catarsi o in viaggio di guarigione; così, d’altronde, è stato letto dalla maggioranza della critica.
A mio avviso, ascoltando Blue Morpho emerge piuttosto una sensazione diversa: quella di un disco che non decolla e si stabilizza su un interminabile galleggiamento, dove i brani si allungano ma raramente arrivano a destinazione. La tensione dinamica, a volte triste e paranoica, dei lavori migliori dei Radiohead qui si trasforma in una sorta di nebbia permanente senza un momento in cui giunga a spezzarsi “l’incantesimo contemplativo”.
Le canzoni di Blue Morpho
L’album si apre con Incantations, uno dei momenti migliori del tutto: otto minuti di crescendo dove l’atmosfera è affascinante e la melodia continua a promettere un’esplosione; che non arriva. Altro momento degno di nota è Teachers. Qui un basso ipnotico sembra introdurre un’aria vagamente dance, dando l’impressione, per un attimo, che il disco voglia deviare dalla strada malinconica intrapresa.
I restanti cinque brani (sette in tutto, due dei quali strumentali) sembrano confermare invece come O’Brien sia più interessato all’atmosfera che alla forma canzone. Alla fine, Blue Morpho lascia una sensazione strana: quella di un disco assolutamente sincero, ma incapace di trasformare la propria sofferenza in qualcosa di strutturato. In altre parole, la tristezza smette di essere emozione per farsi semplice arredamento sonoro. Il voto è una sufficienza strappata a fatica, concessa solo per via del curriculum.
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