I Laibach e la malattia della musica, ovvero: Musick.
Musick è il nuovo disco dei Laibach: che si tratti di fenomenologia del situazionismo applicata al marketing o di grandissima perculata con qualche tratto di senescenza, alla fine poco importa, così come poco importa oggi rendersi conto che la totale sparizione di movimenti artistici provenienti dal basso sia stata sostituita da parvenu che aspirano a raggiungere, quanto prima, l’alto sfruttando alchemiche virtuali anziché estrapolar dai propri pori, con profusione d’intenti e disciplina applicata, un profumatissimo sudor.
Lo spiazzamento sonoro secondo i Laibach che ne sono maestri
Dei Laibach non sto qui a descrivere la storia perché lo spazio è tiranno (in questo sostantivo già un po’ di storia loro c’è) e quindi si potrebbe far finta di essere un totale neofita, quelli che fanno influenza, che mai li ha seguiti né ascoltati e che si trova a dover scrivere (naa, meglio un reel veloce con voce assertivamente urticante) di Musick e delle sue 10 allegorie sonore limitandosi ad un virginale ascolto. Ci provo : “Allora, questi Laibach non son davvero male anche se non capisco perché c’è questo vocione che a tratti rovina le canzoni, quasi fossero quei Boney M che sentiva mio nonno, peccato perché, per il resto, c’è da ballare!”
Nun je a faccio… Musick, già a partire dalla copertina che susciterà in qualcuno le recenti diatribe pro e no, parla di malattia, quel sick dopo mu (per chi non è avvezzo alla lingua di Albione) è rivelatorio e nei suoi 37 minuti di durata è l’ennesimo attacco lanciato dalla band di Lubjana a quello che ci contamina. Si pone quindi come monito che, temo, arriverà solo alle orecchie dei pochi che con questo significante vi si approcceranno, mentre susciterà nel loro fanbase duro e puro ma ipoudente del loro messaggio coerente, sdegno e raccapriccio. Quindi bersaglio nuovamente centrato.
Le canzoni di Musick
In queste 10 canzoni, nei loro testi-manifesto stringati e dogmatici, nei suoni assolutamente contemporanei e nei feat inaspettati, compresa la produzione di Richard X, la malattia della musica emerge in tutta la sua manifesta pericolosità. L’intro si apre con un nostalgico fruscio di vinile per diventare subito una sarabanda di citazioni tra Daft Punk ed echi di italo disco con vocalità Madonnate, se la music è il cibo dell’amore, siam sick di music. Fluid Emancipation, che invita a rilassarsi ed essere sé stessi (quasi un richiamo ai Frankie di Relax), induce a sospendere il giudizio mentre il K-Pop si piega alle regole della band con piacevole ritualità.
Singularity ci porta nella nostra Eurovision ideale mentre nel testo si denuncia l’assoluto appiattimento della musica popolare odierna. Resistencia non poteva che affidarsi ad un idioma latino per evocare una guerra lampo (sempre in tema musicale si intenda) quando la resistenza è inutile, Love Machine è un inchino ai Kraftwerk con una seduzione nel cantato femminile post-Tricky e sentori orientali appena accennati. Luigi Mangione è piccolo dazebao sulla neocontrocultura fatta di pro e contro la qualunque, complottismo e terrapiattismo, generi e degeneri, la base è un richiamo ai Depeche di Personal Jesus e al maestro Morricone che ha festeggiato l’Oscar e lo ha riposto dentro una busta della spesa di plastica all’uscita della cerimonia.
Keep It Real sposa il nu-metal con l’hip hop per lanciare un j’accuse verso l’uso del corpo nella cultura influencer, Billy Idol ringrazia per la piccola citazione. Yes Maybe No è tra l’Afrika Bambaata (r.i.p.) e il Festivalbar di Salvetti, ma inneggia alla volontà e suoi derivati, Allgorhythm è il già infamous single da qualche tempo ascoltato, giochino di parole che vede la partecipazione di Wiyaala che tanto ha scandalizzato chi si attendeva l’ennesima marcetta che vien qui scambiata per marchetta, invettiva contro l’algoritmo che francamente ci ha rotto i coglioni e che di loro omonimi si nutre, un piccolo capolavoro che potrebbe benissimo essere usato nei titoli di testa di un cinepanettone se ancora se ne facessero.
Das göttliche Kind con i suoi collage sonori ed echi coreani chiude il lotto sostituendo l’artificiale con l’alieno e lasciando l’illusione dell’intelligenza a chi ancora ci crede. In attesa che arrivino le solite botte di boomer all’intento dell’operazione (eciaveterutucaz) io apprezzo questo L-Pop e attendo la prossima fermata del viaggio che par non aver fine.
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