The Boys of Dungeon Lane: Paul McCartney e le voci lontane sempre presenti.
Una correzione essenziale
Nel 1974 il City of Liverpool Public Relations Office della Municipality of Liverpool realizzò una fantasiosa cartina geografica pop con i luoghi del cuore e della mitologia dei Beatles, all’epoca sciolti da quattro anni (proprio il 24 marzo Paul e John suonarono insieme per l’ultima volta in una non memorabile session improvvisata a Los Angeles). La particolarità fu che Dungeon Lane nel quartiere popolare di Speke, dove lo stesso Paul McCartney e George Harrison (1943-2001) abitarono da bambini, non era menzionata. Speke, nell’angolino in basso a destra, è segnalato appena con lo storico agglomerato di dimore padronali Tudor in legno e paglia sperdute in campagna, a indicare l’estrema periferia. È anche per correggere questa indebita omissione, rimettendo al suo posto la componente più autenticamente proletaria della storia dei Beatles, che Macca, alla soglia degli ottantaquattro anni, ha voluto chiamare il suo album appena pubblicato The Boys of Dungeon Lane. Con in copertina un L24 giusto per non suscitare dubbi sulla localizzazione nell’epoca di Google Maps, è il codice postale.

La via Paal con George
Dungeon Lane (Speke, L24) non era dove Paul e George vivevano, bensì una stradina sterrata di campagna che scorreva verso sud fino alla Oglet Shore, una spiaggia naturale fangosa situata lungo le ampie sponde dell’estuario del fiume Mersey. I ragazzini del quartiere s’incontravano e la percorrevano, lontano dai genitori, per chiacchierare di musica, guardare gli uccelli, fumare di nascosto costeggiando l’aeroporto che oggi porta il nome di John Lennon (1940-1980). Iniziarono ad andarci Paul con il fratello Mike e altri ragazzi. Poi si aggiunse George.
La casa popolare più vicina a Dungeon Lane era quella degli Harrison al 25 di Upton Green. Vi si trasferirono nel 1950, quando George aveva sei anni, rimanendoci fino al 1962. Louise, sua madre, incoraggiava lui e Paul nelle prime prove alla chitarra ospitandoli nel salotto fino a tardi, cosa che il severo James McCartney non avrebbe mai permesso al 72 di Western Avenue. Era l’indirizzo dell’ultima delle case popolari che la Municipality aveva assegnato, di volta in volta, alla sua famiglia negli anni Quaranta e Cinquanta: la prima che Paul ricordi d’aver abitato.
Nel 1955 i McCartney si trasferirono ad Allerton al numero 20 di Forthlin Road. L’anno prima Paul e George s’erano incontrati nell’autobus a due piani che prendevano per andare a scuola. Entrambi frequentavano il Liverpool Institute High School for Boys, ma in classi diverse perché il secondo aveva un anno meno del primo. Il 6 luglio 1957 John Lennon, che abitava con la zia Mimi al 251 di Menlove Avenue nel quartiere residenziale di Woolton, conobbe Paul McCartney alla fiera della chiesa di Saint Peter. John stava suonando sul retro d’un camion con il suo gruppo, i Quarrymen, quando un amico comune, Ivan Vaughan, glielo presentò. Il quindicenne Macca lo sbalordì suonando perfettamente Twenty Flight Rock di Eddie Cochran. Qualche giorno dopo, fu invitato a entrare nel gruppo.
Il 6 febbraio 1958 il quasi quindicenne George Harrison li vide suonare alla Wilson Hall nel quartiere di Garston. Quella sera o qualche giorno dopo, su insistenza di Paul, George eseguì davanti a John, al piano superiore d’un autobus in movimento e al buio, la canzone Raunchy del sassofonista Bill Justis e del chitarrista Sidney Manker, celebre per il suono metallico della chitarra elettrica che sarebbe diventato il marchio di fabbrica della musica surf e rockabilly. John si accorse subito del talento di George e lo accolse nei Quarrymen nonostante fosse più giovane di quasi due anni e mezzo.
La coscienza del crepuscolo
La zia Mimi, la cui visione educativa era rigidamente borghese, tollerava a stento “il piccolo amico operaio di John”, alias Paul. Quando vide George con indumenti da teddy boy e la brillantina tra i capelli, “quel ragazzino vestito in quel modo” fu costretto a rimanere, per le prove, nel porticato d’ingresso o in cucina. I futuri Beatles probabilmente non sarebbero mai esistititi se Harold e Louise Harrison non avessero accolto con gioia i Quarrymen (John, Paul, George alla chitarra e alla voce più John “Duff” Lowe al pianoforte e Colin Hanton alla batteria) nel salotto di casa per le prove. Da lì, il 12 luglio 1958, il quintetto andò a registrare in uno studio privato di Liverpool il primo disco dimostrativo. Sempre in quella casa popolare di Speke prossima a Dungeon Lane i Quarrymen, ridotti al trio dei chitarristi, il 20 dicembre suonarono al ricevimento del matrimonio di Harry, fratello maggiore di George.
Sono i giorni dei “bar pieni di fumo e chitarre da quattro soldi /ma nulla costruito per durare” che Paul McCartney celebra nel nuovo album. In Days We Left Behind, il singolo pubblicato il 26 marzo, l’artista rock vivente più celebre al mondo insieme a Bob Dylan canta: “Guarda i ragazzi di Dungeon Lane lungo la riva del Mersey. /Alcuni soffriranno, ma altri saranno destinati a qualcosa di più”. Si staglia l’amarezza consapevole che la vita è ingiusta: tra quei ragazzi, uguali nelle umili origini come nelle passeggiate seguendo il fiume, ci sono i destinati a essere schiacciati dalle amarezze della vita e quelli, lui e George, a qualcosa di più grande, d’immensamente grande. Non cambierà però il senso profondo delle emozioni condivise in quegli anni di formazione. Sembra quasi di risentire John Lennon che canta: “Tutti questi posti hanno avuto i loro momenti /con amori e amici che ancora ricordo. /Alcuni sono morti, altri vivono. /Nella mia vita ho voluto bene a tutti” (In My Life, nell’album Rubber Soul dei Beatles, 1965).
Non è la nostalgia canaglia la cifra di The Boys of Dungeon Lane. Lo è invece la resilienza oggi fragile, riconoscente e vulnerabile attraverso la coscienza del crepuscolo, d’un uomo che sa raccontare, con disincanto e saggezza, le vicende tanto semplici quanto straordinarie che lo hanno visto protagonista. Alle quali può oggi guardare nella placata distanza del tempo, senza apparenti illusioni e delusioni, da una prospettiva conclusiva.
Mother Mary comes to me
Ne è emblematica la più bella e struggente delle quattordici canzoni: Momma Gets By. Rimanda alla madre Mary persa a quattordici anni e celebrata da giovane in Let It Be. Oggi, da vecchio e con la voce che il tempo gli ha lasciato, Macca la trasfigura con poesia commovente, quasi religiosa, nell’immagine classica d’una donna lavoratrice d’una delle famiglie operaie possibili dei ragazzi di Dungeon Lane. “Mamma tira avanti mentre papà si ubriaca./Lei guadagna abbastanza per mantenere una famiglia./ Lavora tutto il giorno per portare a casa lo stipendio. / Lei si prende cura di me dandomi ogni opportunità/ e se piove, non si lamenta mai./ È abbastanza forte da superare la tempesta./ Papà torna a casa e va a letto/ appena varca la soglia della cucina./ Ma a lei non importa, ha già visto tutto./ Non le importa, ha la sua filosofia di vita./ Non è passato molto tempo da quando ha accettato d’essere sua moglie/ E anche se lui è complicato, lei lo accetta con serenità./ Cosa sono i suoi stupidi difetti rispetto a ciò che prova?/ Lei lo ama./ Lei lo ama con tutta sé stessa,/ con tutta sé stessa,/ perché lo ama,/ lo ama con tutta sé stessa,/ con tutta sé stessa”.
È una di quelle canzoni di sir Paul che da sole valgono intere discografie. Le altre tredici, benché non arrivino a emozionare in maniera così intensa, sono comunque puro McCartney, quindi meritevoli dell’attenzione dovuta a uno che, poco più che ventenne, già aveva un posto al sole nella storia della musica. Alcune, come la trascinante Ripples in a Pond (dedicata alla terza e attuale moglie Nancy Shevell), sembrano uscite dalla stagione dei Wings. C’è una classicità atemporale pop più (Life Can Be Hard) o meno deliziosamente evocativa. Ribadisce la grazia d’un songwriting unico e impressionante.
Un debito di riconoscenza
Il prologo a Momma Gets By è Salesman Saint, ballata folk attraversata da una tromba jazz. L’anziano Macca rievoca la gioventù dei genitori nella Liverpool degli anni Quaranta: venditore (salesman) e selezionatore di cotone al Cotton Exchange lui, infermiera della maternità (saint) al Walton Hospital lei. Entrambe le canzoni in coda al disco sembrano la maniera, per l’antico ragazzo di Dungeon Lane, di ringraziare i genitori di aver sfidato il loro tempo creando le condizioni per l’avventura fantastica che continua a vivere. “Mio padre era un venditore, mia madre una santa./ Lavorava ogni minuto che Dio le aveva dato/ per guadagnare abbastanza da pagare l’affitto./ La guerra era quasi finita./ La pace sarebbe presto iniziata./ Vivevano ai margini della città / quando le strade si stavano formando./ Non ce la facevano più,/ ma dovevano andare avanti./ Non ce la facevano più,/ ma dovevano andare avanti./ Così impararono ad andare avanti / con risate e una canzone/ per aiutarli a superare la notte./ Ce la faranno, ce la faranno./ L’unico svago era un pianoforte e una radio./ Tè caldo e sigarette bastavano a tenerli in movimento./ Un’altra generazione che voleva essere libera/ imparando a restare unita e a crescere una famiglia./ Non ce la facevano più/ ma dovevano andare avanti./ Non ce la facevano più./ Non ne potevano più”.
Non tragga in inganno il realismo biografico dei testi, spesso con un senso allegorico didascalico. Più che la malinconia, presente ma non patetica, si coglie la giocosità d’un musicista che incredibilmente, con la voce che gli è rimasta, sa ancora urlare il rock. Lo ribadiscono le iniziali As You Lie There e Lost Horizon. Mountain Top è una scorribanda pop psichedelica che accelera nel finale. Down South, una ballata voce e chitarra in cui rievoca gli avventurosi viaggi in autostop verso Londra con George alla fine degli anni Cinquanta, tra cui uno in un furgone del latte: “Era un bel modo di conoscerti/ prima che imparassimo a fare Twist and Shout” (emblema dell’esplosione della Beatlemania). We Two (“Noi due possiamo fare qualunque cosa decidiamo sia giusta”) è la seconda bella canzone dedicata a Nancy. Precede l’incalzante Come Inside, un grande classico rock che avrebbe entusiasmato anche nel White Album.
One man band
Never Know è una piacevole ballata pop con sfumature psichedeliche e un breve finale orchestrale barocco tipicamente McCartney. In Home to Us, primo duetto con Ringo dal 14 agosto 1962, giorno in cui il batterista fu invitato da John Lennon a entrare nei Beatles al posto di Pete Best come voleva George Martin (1926-2016), Paul torna a evocare la Liverpool del dopoguerra: “Il posto in cui vivevamo si potrebbe dire che non era granché / ma per noi era casa nostra”. First Star of the Night è una di quelle acustiche ballate intimiste nelle quali Macca fa brillare il suo immenso talento: “La prima stella della notte / mi mostra la sua luce / e so che il mio piccolo mondo va ancora bene”.
Polistrumentista, Paul McCartney ha registrato personalmente la gran parte della struttura delle canzoni suonandone gli strumenti: voce solista e cori, chitarre, basso, tastiere e pianoforti, flauto dolce, sonorità sperimentali dei nastri magnetici, batteria e percussioni. Il co-produttore Andrew Watt, abile a fondere, insieme all’artista, la tradizione pop e rock con i moderni ritrovati dell’elettronica, ha suonato anch’egli le chitarre elettrica e acustica, le tastiere e il pianoforte Wurlitzer, la batteria e le percussioni, partecipando alle sonorità sperimentali dei nastri magnetici. Ringo, oltre a cantare, suona la batteria e il tamburello. Mike Davis suona la tromba. Ben Foster ha diretto e arrangiato con Giles Martin l’orchestra e i fiati. Chrissie Hynde e Sharleen Spiteri hanno partecipato ai cori di Home to Us. Nancy Shevell, infine, ha contribuito a Mountain Top con un inserto parlato.
L’unicità e il destino
Il 30 settembre 1968 il giornalista e scrittore Hunter Davies pubblicò The Beatles: The Authorised Biography, William Heinemann Limited. Fu l’unica biografia ufficiale autorizzata dai quattro e dal manager Brian Epstein (1934-1967) scritta mentre erano ancora in attività. Davies visse un anno e mezzo a stretto contatto con John, Paul, George e Ringo per raccogliere il materiale necessario. Affrontando il tema del successo e riflettendo sul ruolo del destino e dei fattori esterni, John osservò: “Che cos’è il talento? Non lo so. Ci nasci o lo scopri più tardi? Il talento di base è credere di poter fare qualcosa. […] All’inizio pensavo che chiunque potesse scrivere canzoni e diventare una pop star”.
Nel corso degli anni, anche gli altri tre, con sfumature diverse, hanno detto la loro. Ringo ha ripetuto spesso che c’erano gruppi rock tecnicamente bravi quanto i Beatles e anche di più, ma che loro avevano avuto la fortuna di “trovarsi nel posto giusto al momento giusto”. Paul, invece, anche recentemente, pur riconoscendo l’eccezionalità delle circostanze, ha rivendicato l’unicità che li ha resi semplicemente “i migliori”.
George, la cui ricerca spirituale durò tutta la vita, non aveva dubbi: era il principio universale di causa ed effetto, o karma, ad aver generato l’incontro tra loro quattro. “Gli amici sono tutte anime che abbiamo conosciuto in altre vite. Siamo attratti l’uno dall’altro. (…) Le persone che conosci molto più facilmente o molto più rapidamente sono persone che hai già conosciuto in altre vite”. Memorabile una sua battuta ai tempi delle registrazioni per la The Beatles Anthology: “Se avessimo saputo che saremmo diventati i Beatles, ci avremmo provato di più”.
Chissà. Se è vera la teoria degli universi paralleli, potrebbe essercene uno dove i giovanissimi Quarrymen, dopo aver provato nel salotto di casa degli Harrison, stanno correndo verso l’estrema periferia di Speke dove, presso Dungeon Lane, c’è la fermata vicina all’aeroporto che, nel nostro universo, ha il nome di John Lennon. Là prenderanno l’autobus 86 e, lungo il tragitto da sud verso nord, siederanno in fondo al secondo piano per parlare delle loro canzoni.
Dalla parte opposta di Liverpool il giovane Richard Starkey, non ancora Ringo Starr, corre a prendere l’autobus verde oliva a due piani della linea 26 o 27 dal numero 10 di Admiral Grove nel Dingle, un quartiere operaio e portuale vicino al centro. Arriverà a Ullet Road, confine settentrionale di Sefton Park, per proseguire a piedi fino a Penny Lane, il grande snodo dei trasporti pubblici di Liverpool dove stanno andando anche gli altri. Lasciamo decidere al karma di questo universo se i quattro s’incontreranno presso la pensilina al centro della rotonda (“the shelter in the middle of the roundabout”). Nel nostro, il 13 febbraio 1967 negli Stati Uniti (il 17 in Inghilterra), Penny Lane, insieme a un orfanatrofio del Salvation Army chiamato Strawberry Field, ha dato il nome al 45 giri più bello nella storia della musica. Quanta strada da Dungeon Lane!
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Bellissima recensione e complimenti anche per le informazioni sulla topografia di Liverpool. L’ultima canzone (‘Mommy gets by’) però non è autobiografica come la penultima (il padre non si ubriacava), ma Paul parla immedesimandosi in un ragazzo che osserva i genitori. Le sonorità jazz degli ottoni di “Salesman Saint” sembrano un ricordo della musica che il padre amava e della banda di ottoni in cui suonava. Jim regalò al piccolo Paul proprio una tromba e lui la cambiò con una chitarra. Disco meraviglioso!
“Grazie. Non ho affermato che Momma Gets By sia autobiografica come Salesman Saint: so bene che James McCartney era un uomo rigoroso e un grande lavoratore. Ho scritto, invece, che Paul trasfigura il ricordo della madre «nell’immagine classica d’una donna lavoratrice d’una delle possibili famiglie operaie dei ragazzi di Dungeon Lane». Se nella penultima canzone dell’album rende omaggio ai genitori, nell’ultima Paul rievoca la figura materna servendosi dell’artificio di una narrazione coerente con l’ambientazione del disco. Perciò ho intitolato la sezione in cui ne parlo con un verso di Let It Be: “Mother Mary comes to me” (paa).