Tiny Space è il primo vero album solista di Georgeanna Kalweit, nativa di Minneapolis ma ormai ‘italiana’.
Primo lavoro inequivocabilmente e interamente a suo nome della poliedrica Georgeanne Kalweit – originaria di Minneapolis ma ormai trapiantata nel Belpaese da una trentina d’anni – dopo l’esperienza con i Delta V e altre due (Kalweit and the Spokes e The Kalweit Project) in cui il suo pur presente cognome veniva mimetizzato e in qualche modo sminuito.
L’equilibrio esistenziale e creativo di Tiny Space
Tiny Space propone dieci canzoni in costante equilibrio tra ripiegamento intimista e slancio di riaffermazione, tra voglia di rinchiudersi nel proprio mondo per curare le ferite inferte dalla vita e desiderio di uscire di nuovo all’aperto per verificare, e magari ostentare, la propria guarigione. Esemplare nel dispiegare questa poetica è la title track – posta in apertura di album – in cui il ruolo dell’ottimismo è affidato soprattutto al pulitissimo suono del vibrafono di Diego Sapignoli. Si percepiscono assonanze velvettiane (che qui richiamano Sunday Morning) e che fanno più di un capolino anche nella successiva Egoverse, ugualmente in bilico tra insicurezza e desiderio di affermazione.
Alcune affinità elettive e i compagni di viaggio di Georgeanne
Se la tematica affrontata e sviluppata nei testi è una vera e propria costante all’interno dell’intero disco – pur non osando parlare di concept album – la parte musicale denuncia invece influenze – tutte peraltro benissimo assimilate e digerite fino a dar vita a un “prodotto” molto personale – più variegate. Heavenly Thoughts e Call An Ambulance sembrano richiamare le atmosfere tipiche di PJ Harvey (Let England Shake nel primo caso e White Chalk nel secondo), che ritornano poi in Soft Shoulder. Per contro Ten Pins ricorda certe spigolosità alla Ani Di Franco.
Georgeanne mostra per l’intero disco una notevole maturità di scrittura sia nei testi che nella musica, mettendo a frutto anche le sue capacità di interprete, fondate su una voce assai ben educata: calda e suadente, ma contemporaneamente molto duttile e capace di evocare atmosfere a volte dolcissime a volte quasi inquietanti, come nella finale Bullet Holes. Atmosfere assai ben assecondate dalla produzione artistica di Giovanni Ferrario, che punta su orchestrazioni e arrangiamenti molto misurati e funzionali, improntati ad un raffinato “minimalismo” e ad un uso assai misurato e mai invadente dell’elettronica.
Ad affiancare la Kalweit, che oltre alla voce si cimenta anche con le tastiere, ci sono lo stesso Ferrario – che per l’occasione imbraccia il basso lasciando le chitarre a un ottimo session man come Lorenzo Corti e cura la programmazione – e due batteristi di valore come Beppe Mondini e Diego Sapignoli. Quest’ultimo si esibisce, come detto, al vibrafono con ottimi risultati, caratterizzando soprattutto i passaggi più lenti e meditativi: si ascolti a questo proposito Soft Shoulder.
La carriera solista di Georgeanne Kalweit inizia sotto i migliori auspici e siamo certi che saprà ripetersi.
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