Comfort In The Silence: una possibile via di salvezza secondo i Pinhdar.
I Pinhdar di Cecilia Miradoli e Max Tarenzi sono un’anomalia e credo lo sappiano molto bene. Il duo che ebbi occasione di vedere live quasi due anni or sono torna alla ribalta sonora con un album che ne palesa la crescita e che si pone come opera assolutamente compiuta di crasi tra il loro passato e il futuro a venire.
Comfort In The Silence par già dal titolo essere un monito salvifico rispetto al rumore che ci circonda, talvolta è un rumore interiore, anzi, le canzoni che costituiscono il lavoro contribuiscono spesso a quella ricerca di pace assai rara da trovare in altre emissioni musicali.
I Pindhar di Comfort In The Silence si allontanano dai modelli iniziali
Le atmosfere hanno iniziato a distaccarsi dal paragone trip hop a cui spesso sono state accostate, vuoi per le intonazioni devotamente ispirate da Beth Gibbons – mentre ora la voce di Cecilia trova una direzione ieratica e intimissima – vuoi per i suoni che qui trovano una ragione d’essere identitaria, un vero e proprio trademark personalissimo che non potrà che esser di buon auspicio. Questo grazie alla perizia di Max Tarenzi che spazia da Vini Reilly a Robin Guthrie passando per Robert Smith, per mio vizio di forma di avere orecchie addestrate.
Un avvolgente fluire tra etereo e materico
Già dall’inizio affidato a After The Fall, e chissà di quale caduta si parla, basta guardarsi intorno e non c’è che l’imbarazzo della scelta: bella gamma di suoni, voce vicina a struggenze contemporanee. Neon Light ha la facciata dell’elettronica sommessa, una simbiosi dark con attacchi massivi; Mute starebbe benissimo nel catalogo dell’omonima label, una soffusa preghiera ieratica che cita il titolo dell’album e che finisce nel condurci vicini alla Fede di Smith & soci, vedi sopra.
Fade è prossima ad una teatralità fuor dalla zona di conforto del duo, Neiko ha l’incedere di una melodia 4AD apparsa per miracolo a Bristol, We Float ha un tappeto sonoro molto inquietante e la voce di Cecilia non contribuisce certo a renderla maggiormente rassicurante, Old Kind è tanto eterea quanto materica, risultato non facile da ottenere.
Into the Mirror sarebbe piaciuta a Siouxsie quando alla chitarra c’era John McGeoch, mentre Red, singolo apripista che qui chiude il lavoro, è splendido manifesto del raggiungimento di maturità della band.
Max Tarenzi rimane un piccolo miracolo che chissà dove ci porterà la prossima volta e Cecilia Miradoli si conferma sacerdotessa degli angoli più luminosi che si possano trovare al buio. Bravi, nel suo significato aggettivante e Manzoniano.
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