Il libro di Guido Festinese scava tra suoni oscuri e nomi da un disco soltanto.
Partiamo dal sottotitolo di questo libro: “52 storie discografiche di successi irripetibili”. Diciamo che viene subito da pensare a un volume dedicato ad artiste/i che hanno conosciuto un solo momento di grande gloria commerciale. Citando a caso, The Final Countdown degli Europe, Baker Street di Gerry Rafferty o ‘74-’75 dei come si chiamavano? Ah, già, The Connells. E per l’Italia mettiamoci Ma Che Bella Giornata di Ugolino.
Poteva essere una buona idea, ancorché non troppo originale, invece Guido Festinese ha fatto tutt’altro lavoro. One Single Shot (“Un solo colpo”, pubblicato da Edt) parla infatti di 52 album, uno per ogni settimana dell’anno, che rappresentano l’unica prova discografica mai pubblicata da un gruppo o da una/un solista.
52 album tra gli anni ’50 e i 70
L’arco di tempo esaminato va da da metà anni ‘50 a fine ‘70, con quest’ultimo decennio a occupare oltre metà delle pagine. La motivazione: “Qui tutte le intuizioni sedimentate in quel pianeta che parte dalle pure (ammesso esistano) note afroamericane e approda a una sorta di inclusività totale dei pentagrammi trova il suo culmine”. Arrivato al 1978 Festinese decide di fermare il proprio cammin in ragione dell’affermarsi di una scena musicale sempre più liquida, confusa e miniaturizzata. Si tratta di una scelta di campo su cui ritorneremo più avanti.
Date le coordinate teoriche, il volume potrebbe risultare tremendamente specialistico. In un certo senso lo è nel suo turbinio di nomi e di storie collaterali che deviano dallo specifico dell’album trattato, sempre molto oscuro, per avviarsi su sentieri persino più nebbiosi. Tuttavia l’autore è bravo a evitare in chi legge il rischio del “ma a me che mi frega” a proposito dei Birmingham Sunday, di Michaelangelo, dei Samurai o persino di Bruce Palmer (il suo The Cycle Is Complete è il più ‘mainstream’ fra i lavori esaminati, ed è tutto detto), riuscendo sempre a creare una narrazione in grado di collocare ogni disco in un contesto più ampio non solo musicale ma anche socio-politico-esistenziale. E molte storie sono davvero romanzesche (quella di Emily, ad esempio).
C’è anche molta Italia
Si parla di jazz, psichedelia, prog, folk, sperimentazione e affrontando la lettura è naturale partire da ciò che, magari vagamente, si conosce. In realtà è più divertente muoversi nell’ignoto assoluto, facendosi tentare, ad esempio da un nome un po’ goffo come Psycheground dietro cui si cela un estemporaneo esperimento architettato dai progster genovesi Nuova Idea, già per loro conto abbastanza underground (ma meno psych).
Si viaggia per tutto il mondo nelle 463 pagine di questo libro eppure, quantomeno per l’autore di questa recensione, gli approdi più intriganti sono proprio quelli vicini a casa, come Elektriktus (1976), l’esperimento ‘kraut’ del jazzista Andrea Centazzo, oppure A Puddara È Un Vulcano, unico disco solista (1975) di una delle più belle voci della musica italiana, Donatella Bardi. È un modo per ritornare a un momento della nostra storia e della nostra vita in cui le cose sembravano aspre (e lo erano), ma circolava nervosamente una miriade di idee tanto che persino collisioni e contrasti avevano la loro utilità.
E però bando alla nostalgia, perché One Single Shot induce ad avanzare verso il presente e verso eccentriche figure che hanno sparato one single shots belli e importanti (a dispetto, o forsea causa) della frammentazione di cui si diceva. Anche stavolta citando a caso, ecco Kiss You Kidnapped Charabanc di Nikki Sudden e Roland S. Howard (1987), Melalcoholic Angel di Pier Paolo Vettori (1999, con un disegno di Robert Wyatt in copertina!), l’omonimo disco del ‘supergruppo’ Monsters of Folk (2009) Queen Of Hearts degli Offa Rex (2017), il progetto Purple Mountains di David Berman (2019)… Orsù Guido che a 52 per il secondo volume ci si arriva!

