Gli Shame arrivano con successo al terzo disco: Cutthroat.
Se cercate un album che sia un’esplosione di vitalità post punk, Cutthroat è il disco che fa per voi: ci sembrava opportuno aprire l’articolo con questa dichiarazione, perché l’attitudine degli Shame è davvero sorprendente. Se i precedenti Drunk Tank Pink (2021) e Food for Worms (2023) esploravano la fragilità umana e le insicurezze, qui abbiamo un cambio di direzione. Questo album è gioia di vita, un dito medio ai potenti o, come ha dichiarato il frontman Charlie Steen: «Si parla dei codardi, degli stronzi, degli ipocriti. Ammettiamolo, ce ne sono molti in giro al momento».
La produzione
Cutthroat è stato prodotto da John Congleton (St. Vincent, Angel Olsen), vincitore di un Grammy, e dai cinque membri della band – il cantante Charlie Steen, i chitarristi Sean Coyle-Smith ed Eddie Green, il bassista Josh Finerty e il batterista Charlie Forbes. L’idea era quella di ripartire da zero e creare un album potente e veloce, come agli esordi di Songs of Praise del 2018. Fin dal primo incontro, l’approccio schietto di Congleton è diventato una forza guida per semplificare le idee della band. Con il tipico senso dell’umorismo degli Shame, l’album affronta i grandi temi di oggi e ci gioca allegramente. Con Trump alla Casa Bianca, il quintetto – rintanato nei Salvation Studios di Brighton – lancia uno sguardo spietato su temi di conflitto e corruzione; fame e desiderio; lussuria, invidia e l’onnipresente ombra della codardia.
Le canzoni
Gli Shame calano l’asso già col primo brano, Cutthroat, dalla cadenza perfetta per un dance floor indie. Presenta inoltre magistralmente la prospettiva lirica del disco: una prospettiva in cui l’arroganza presuntuosa e la profonda insicurezza sono due facce della stessa medaglia.
Spartak ha un piglio americano e denuncia gli arrampicatori sociali; «È solo un’altra occasione in cui vorrei dire ‘vaffanculo’ a quelle persone, e a chiunque faccia sentire qualcuno di merda perché non si adatta», dice Steen.
Quiet Life è una classica ballatona british in stile Libertines. Parla del desiderio di una vita migliore, ma anche della sensazione di rimanere bloccati in una relazione difficile. Una delle canzoni più sorprendenti è Lampião. Un inno con ritornello cantato in portoghese, dedicato al bandito brasiliano Lampião e a sua moglie Maria Bonita. Un assassino per alcuni, un eroe per altri e una coppia che è una sorta di Bonnie e Clyde. Oltre alle chitarre sempre ben presenti, gli Shame si avventurano nel disco con synth e sonorità elettro, quasi degli Human League versione indie, come ben dimostra Axis of Evil.
Gli Shame di Cutthroat: fra cambiamento e fedeltà alle origini
Gli Shame sono tornati. I loro live sono sempre carichi di energia e le loro recenti performance in Italia lo hanno dimostrato. Se l’obiettivo era infondere carica e riprendere la grezza attitudine degli inizi, ci sono riusciti. Sono giocosi: i brani dell’album scorrono con una freschezza e una chiara dichiarazione di intenti. Ma soprattutto hanno ripreso la loro vena provocatoria con una maggiore consapevolezza e maturità. E il loro ‘vaffanculo’ è una delle cose migliori che si può sentire in questo periodo storico delirante e pericoloso.


Belli i tempi di One Rizla e Concrete però, ma da che disco erano? Mi sta sfuggendo.
da Songs of Praise del 2018