Con Essam gli Imarhan innovano e rinvigoriscono la musica tuareg.
Essam è il quarto album della band tuareg Imarhan, originaria della città di Tamanrasset nel Sud dell’Algeria. Il lavoro segna una svolta nel loro suono che si distacca dal desert blues di Tinariwen, Tamnikrest, Mdou Moctar per intraprendere una via più personale che, pur mantenendosi all’interno della tradizione, la rinvigorisse e riformulasse espandendo l’immaginario musicale del quintetto. Questo grazie all’uso dell’elettronica e della drone music e all’importante apporto di Emile Papandreou che ha affiancato il fedele ingegnere del suono e produttore Maxime Kosinetz.
Il risultato è un album che pur essendo profondamente legato alla storia, alla cultura, alla vita del popolo tuareg ha un meraviglioso respiro universale, parla una lingua che emoziona e commuove. In poche parole l’apice del processo artistico degli Imarhan.
Imarhan – Essam: un lavoro intriso di malinconia
La cosa che però colpisce al primo ascolto è soprattutto l’atmosfera malinconica che lo pervade, meno chitarre ruggenti, una tendenza che era evidente anche nel precedente Aboogi, e più fingerpicking che insieme al canto, colora i brani in chiaroscuro e accompagna testi al cui centro c’è un sentimento di perdita, di sconfitta (“Sono come una lunga notte / Così nera e infinita”), di isolamento (“ ho la sensazione di essermi smarrito e di essermi dimenticato di me stesso” Okcheur), che solo il fondamentale evento comunitario della musica, da sempre elemento centrale della vita sociale, può alleviare. Nel disco questa dimensione collettiva è rappresentata dalla presenza dei battiti di mano, dal botta e risposta fra solista e coro, dallo zagroutah, battagliero gorgheggio delle donne sahariane che sembra suonare la carica, insieme a una cascata di chitarre aspre (si ascolti Tin Arayth).
I brani del disco
Ahitmanin apre il programma con gli intrecci avvolgenti delle chitarre e il canto intriso di malinconia che neanche l’intervento del coro femminile smorza, mentre un lento drone del synth alza impercettibilmente la tensione. Derhan N’Oulhine, già presente in Africa Express presents …Bahidora, è trascinante con un basso ipnotico, cori e chitarre che nel finale suonano psichedeliche; Telallalt canta la speranza nella futura vittoria fra battiti di mano e splendide chitarre a disegnare melodie che ti si attaccano addosso, mentre Tamiditin, sul tema della nostalgia della patria, è un blues scarnificato e spettrale con i synth che sottolineano il senso di lontananza e spaesamento. Se Okcheur ha ritmi reggae, Azaman Amoutay brilla per la complessità di un arrangiamento in cui l’elettronica gioca un ruolo centrale a donare al brano spettrali inquietudini. La cupa e sommessa Tinfoussen, il pop deboluccio di Adounia Tochal ci portano alla conclusione con i quasi otto minuti di Assagasswar che si svolge intorno a un unico ipnotico accordo, lungo ed evocativo come le notti nel deserto, con l’immaginifica coda psichedelica dei synth. Come i precedenti il disco esce su City Slang.
Be the first to leave a review.

