Il trio losangelino L.A. Witch al terzo disco: DOGGOD.
Con DOGGOD, le L.A. Witch – trio losangelino formato da Sade Sanchez (voce/chitarra), Irita Pai (basso) ed Ellie English (batteria) – portano la loro estetica musicale in una nuova direzione. Dopo l’esordio omonimo e il successivo Play With Fire, la band registra il nuovo album a Parigi, nei Motorbass Studios, segnando una svolta sia geografica sia sonora. Il disco amplia la paletta stilistica, introducendo maggiormente elementi post-punk, pur conservando a tratti la base garage-rock degli esordi.
Tra cane e dio
Il titolo DOGGOD, che unisce “dog” e “god”, suona un po’ come una bestemmia comune in certe parti d’Italia. Per le tre Witches, ignare di tutto questo, incarna invece il cuore tematico dell’album, ovvero una riflessione sul legame tra amore e sottomissione, sul confine labile tra devozione e perdita di sé. “C’è la volontà di morire per amore nel processo di servirlo o soffrire per cercarlo… proprio come farebbe un cane fedele e devoto”, dichiara Sade Sanchez con un piglio gotico-adolescenziale.
Chitarre new wave che rinviano al passato
A livello strumentale, l’album mostra una maggiore attenzione alla dinamica e alla stratificazione sonora rispetto al passato della band, un passato che nel disco si riascolta soprattutto nella title track. DOGGOD parte con una bella infilata di tracce (Icicle, Kiss Me Deep, 777) che rinviano direttamente al suono Joy Division e soprattutto The Cure (ascoltare le chitarre), ma è un po’ tutta la new wave primi ‘80s a riecheggiare fra le composizioni delle L.A. Witches. I Hunt You Pray è una gran bella ballata con un basso profondo. La seconda parte di un disco peraltro breve (e va bene così) è più alterna, fra il pop senza troppo costrutto di Eyes Of Love e la pausa acustica non riuscitissima di Lost At The Sea, mentre The Lines funziona di nuova molto bene.
Poiché questi sono suoni digeriti ormai da qualche decennio, non si può dire che DOGGOD sia rivoluzionario, ed essendo molto lineare e semplice nella strumentazione, non risulta neppure mai dirompente e tanto meno disturbante, nonostante le premesse ‘gotiche’. Però le ragazze hanno orecchio per la melodia e il disco scorre piacevole e ricco di stile. Per chi ha amato la new wave quando è nata, oppure magari la va scoprendo adesso, DOGGOD è consigliato.
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