The Black Keys – Peaches! ‎ Warner Music

Una foto per introdurre i temi di The Black Keys – Peaches!

Come si può non sentire con tutta la passione del mondo un disco che si presenta già con una copertina del genere, uno scatto del fotografo William Eggleston? È tutto già scritto in quella luce gialla, su quelle insegne, su quella lamiera che da lontano sembra invece un terreno arato. Sì, perché la terra, il suolo, la strada sono tutti elementi di nuovo presenti nella musica dei The Black Keys, che con Peaches! sembrano davvero tornati ai loro albori, per giungere al capolavoro del 2011, El Camino, che li fece esplodere (all’epoca sembrava che non ci fosse nessuno che non avesse sentito un album dei Black Keys).

Un secondo disco di cover dopo Delta Kream

Dieci brani grezzi e viscerali, tutti reinterpretazioni di classici blues, soul e rhythm and blues (come per Delta Kream), da Arthur Crudup a R. L. Burnside, passando per Wilko Johnson. Dan Auerbach pare li abbia descritti come i brani più naturali dal loro debutto. Tutti i musicisti in un’unica session che registrano dal vivo, con poche o nessuna sovraincisione. E si sente tutto questo. Non c’è un attimo di stallo, un momento di noia, con suoni curatissimi, di lunghissima tradizione. Sembra che negli occhi ti passino i colori di quei Fender ’59 Bassman, così vicini alla luce gialla della copertina.

Paralleli e richiami

Ad ascoltarli bene, questi blues sporchissimi condensano una lunga serie di citazioni. Su tutti mi è parso di sentire l’eco dei The Doors. I Black Keys in qualche modo sono riusciti a mettere in musica un’idea che ho da sempre: che se Jim Morrison avesse continuato a suonare sarebbe giunto a un impasto musicale di questo tipo e che questo Peaches! ha esemplificato. Su tutti basta ascoltare Who’s Been Foolin’ You. Ma anche altri brani come Tomorrow Night o Tell Me You Love Me. O ancora il grandissimo omaggio Rollin’ and Tumblin’, standard blues del Delta registrato per la prima volta da Hambone Willie Newbern nel 1929, qui evocato in Fireman Ring the Bell.

Ritorno alle origini e ritorno in forma

Un bel ritorno, dunque, soprattutto rispetto alle ultime prove che lasciavano l’ascoltatore con un senso di evanescenza troppo forte. In Peaches! siamo invece ben piantati a terra. Le chitarre splendono, riff potenti si intrecciano con ritmiche tirate al massimo. Il tutto, quasi sempre, nelle classiche strutture in 12 bar blues che non fanno rimpiangere nulla. L’immagine è quella di un’unica jam session lunga un album, in una polverosa sala prove. Fumo negli occhi dalla sigaretta all’angolo della bocca o infilata nella paletta delle chitarre.

Con la voglia di suonare quel blues che, come un mantra, ancora oggi cura tutti i dolori.

The Black Keys – Peaches!
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Sono nato quando uscivano Darkness on the Edge of Town, Outlandos D'Amour, Some girls e Blue Valentine. Quasi a voler mostrarmi la strada. Ora leggo, scrivo, suono e colleziono vinili.

Di Tore Sansone

Sono nato quando uscivano Darkness on the Edge of Town, Outlandos D'Amour, Some girls e Blue Valentine. Quasi a voler mostrarmi la strada. Ora leggo, scrivo, suono e colleziono vinili.

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