Field (a western soundtrack): Ulrich Sandner, con amici fidati, attraversa un evocativo West.
Quante e quante volte abbiamo sentito dischi immaginandoli come ideali colonne sonore per film inesistenti e, per paradosso, quante volte poi quelle musiche sono state utilizzate successivamente per pellicole che nulla avevano a che vedere con la nostra immaginazione… In questa categoria si pone con onesta trasparenza l’ultimo lavoro di Ulrich Sandner, Field.
Ulrich Sandner è preziosissimo chitarrista svizzero che ormai da anni vive in Spagna e che si pone sulla scia luminosa di valenti predecessori et nobili contemporanei in guisa di stella splendente sull’albero di Natale delle sei e dodici corde. Questo senza correre il rischio, sempre dietro l’angolo con alcuni virtuosi, di rompere alcuna palla.
Di lui già parlai in occasione di BBDS, combo organizzato dall’Arlo Bigazzi con sodali già citati e qui a collaborar con Elena Rosa M Lavita in guisa di sarti iconografici dell’evocativa cover che riporta anche fotogrammi del corto Moon On Fire di Pierfrancesco Bigazzi (una DNAstia…) e recentissimamente per il lavoro di Stefano Donato (culmine del 2025). Quindi, insomma, chi ne sa già sa ma per chi non ne sa Field è un immaginifico viaggio che val la pena di intraprendere, ‘nuff said.
Già perché programmaticamente già palesato nel sottotitolo, Field ti trasporta a costo zero (a parte quello del supporto fisico…) in lande a tratti celebrate da Burroughs in The Western Lands e dalle parti di un True West del compianto Sam Shepard, dove le malinconie si fondono con elegie, dove il tempo si ferma per fortunosa mancanza di connessione e campo (no pun intended con il titolo).
Ulrich Sandner – Field (a western soundtrack): un film ma anhe un viaggio
Il viaggio non può che partire da West, dove la voce a tratti Beefheartiana di Elle, guest vocalist di buona parte del lavoro, rantola tra i cactus alla ricerca di acque proibite, si dipana nei meandri quasi Durutti di The Church The Well and A Tree e si ferma a ferrare il cavallo in Horse sotto la buona stella morriconiana.
La prima versione della titletrack Field (Cricket’s Theme) si dipana, nell’atmosferica osservazione di un’aurora diversa da ogni altra, fra colpi di tosse a guisa di strumento educato e lievi folate di vento che paion mostrarci la direzione da seguire tra i chaparral, mentre in Cabin par d’un tratto di essere proiettati in landscape siderali con Apollo dietro l’angolo. La breve intro Cat On A Piano mima la felpata azione che chi ha felini e pianoforti in casa già conosce e fa da preludio a (A cat called) Armenia, soave acquarello spogliato nella penombra di un atollo desertico; Field (Rough) riprende le fila con dotto arpeggio e sapiente violino; Tea Party at the Saloon vede l’ingresso alle percussioni di Alex Carmona e il titolo rende da solo l’idea, ma questo è un west che di amerikano per fortuna ha ben poco, c’è semmai un po’ di Django Reinhardt e pure di Fellini…
Grapes of Wrath (da noi noto come Furore, romanzo di Steinbeck e, per i pigri, film del 1940 con Henry Fonda) richiama alla mente, complice il titolo, memorie della Grande Depressione nei territori meno civilizzati, le file con le gamelle in mano per fruir dei pasti dell’Esercito della Salvezza, la caduta e la ruggine, sabbia e stracci. La terza e ultima versione di Field (Cricket & Death) chiude un ideale cerchio ove si affacciano un ipotetico protagonista e la sua dipartita, forse una mosca da bar segnata da troppe Pall Mall. Ma il vero sipario cala con Només Ser Una Boira, scritta ed interpretata dal catalano Jordi Pèlach (di cui consiglio vivamente di cercare i lavori) e chi non si commuove è in pieno zeitgeist con questo tempo che non mi appartiene.
Disco fuori da qualsiasi tempo e quindi suoni assoluti per ieri, oggi e domani, conferma di un talento fuor da schemi comuni e quindi necessario: se tutto quanto sopra riportato, ricco di suggestioni e possibili approfondimenti culturali, non vi incuriosisce all’ascolto meritate l’appellativo di malandrini.
Be the first to leave a review.

