The Demise Of Planet X: gli Sleaford Mods tornano a raccontare l’Inghilterra e il mondo tra rabbia e amara ironia.
“There’s no future in England’s Dreaming” cantavano i Sex Pistols e quasi 50 anni dopo gli Sleaford Mods danno loro ragione. In realtà Andrew Fearn e Jason Williamson lo fanno da quando hanno deciso di unire i propri talenti e le proprie biliosità liriche e verbali, ma in The Demise Of Planet X l’idea di “nessun futuro” – e non solo per l’Inghilterra – raggiunge il il suo desolato apice.
Giusto per dare subito un’idea, nella title-track la frase “the demise of Planet X” si alterna a una ben più chiara “the demise of planet shit”. Ovvero: più che andando verso l’apocalisse il nostro pianeta sta sprofondando nelle deiezioni solide. Non nella guerra finale, ma in acquiescienza altrettanto finale. Ovvero (2): Mettiamoci la tragedia, ma aggiungiamoci anche un po’ di ironia, per quanto amara.
Le novità di Sleaford Mods – The Demise Of Planet X
L’album (che arriva tre anni dopo UK Grim) propone l’ormai conosciuta fusione di scheletriche basi elettroniche, post-punk, voce rabbiosa, parolacce, pesante accento di Notthingham, ossessione per i media contempranei e le loro capacità manipolative.
Le novità – invero non clamorose – sono rappresentate da qualche guizzo introspettivo nelle liriche (in The Good Life Williamson esamina il rapporto con la propria aggressività) e, soprattutto, dalla presenza di ospiti per le parti vocali, quasi sempre con il compito così da fornire una sorta di controcanto ingentilito alla furia williamsoniana e ai suoi 55 anni senza pace. La più brava è Aldous Harding che rende quasi pop l’incalzante Elitest G.OA.T. e molto apprezzabile anche Sue Tompkins (ex Life Without Buildings), bizzarramente carezzevole nella simil-funk No Touch. Da segnalare poi l’esordio vocale dell’attrice Gwendoline Christie (Star Wars, Game Of Thrones) in The Good Life, altro momento abbastanza mainstream. Qua e la spuntano anche tocchi strumentali insoliti come il violino di Double Diamond o il flauto appena psichedelico che chiude l’invettiva antimachista (e anti The Donald) di Bad Santa.
Gli Sleaford Mods e il rischio ‘brand’
Il risutato complessivo è l’album più ascoltabile nell’ormai lunga carriera degli Sleaford Mods che, tuttavia, restano un po’ in mezzo al guado dal punto espressivo. Ormai sono diventati un brand (cosa che per il loro furore anticapitalistico deve suonare imbrazzante), sono riconoscibili ma anche risaputi quando gli elementi di novità latitano, specie nell’ulima parte del lavoro.
E tuttavia, basta solo pensare alle recenti manifestazioni nelle strade inglesi con bandiere di San Giorgio intrise di razzismo per capire che della rabbia a suo modo ‘umanista’ di Fearn e Williamson c’è proprio bisogno.
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