Yalla Miku – 2: secondo album della band che fa capo all’entità multiculturale ginevrina Bongo Joe Records.
Forse la band che meglio testimonia la filosofia e la proposta della label ginevrina Bongo Joe Records è proprio quella degli Yalla Miku, ora giunti al secondo album dopo l’ottimo esordio del 2023. Multietnica, aperta a svariate contaminazioni, sfrontata, provocatoria, militante, audace, libera, la musica della band è qui a mostrarci la vitalità e la brillantezza che nei suoi dieci anni di attività la label ha mostrato regalandoci alcune delle produzioni musicali più originali ed eccitanti dei nostri anni. E ci sono anche un negozio e un locale che fa da centro di aggregazione che hanno dato origine a una vera e propria comunità artistica underground e simpaticamente fricchettona nella Ginevra delle banche e delle istituzioni sanitarie.
Diversi cambiamenti di organico per gli Yalla Miku
Rispetto a due anni fa la formazione è molto cambiata, dei sette membri originari rimangono Cyril Yeterian, fondatore della Bongo Joe, qui al banjo modificato e chitarra, Cyril Bondi alle percussioni e l’eritreo Samuel Ades al krar, cordofono della sua terra, mentre sono subentrate Louise Knobil al basso e Emma Souharce ai synth. Tutti si alternano al canto per testi che si esprimono in francese, arabo, tigrino, rispettando e valorizzando le radici culturali dei vari membri della band, chiamati ognuno anche a scrivere le canzoni dell’album. Questo fa sì che pur in una cornice espressiva coerente le varie tracce abbiano poi una loro specificità ed eterogeneità.
I brani di Yalla Miku – 2
Il disco si apre con le atmosfere mediorientali di Al Sayf fra spigolose tastiere e ritmi afro me parole che affrontano il tema del potere della religione. Alemuye è costruito su un basso pulsante e synth energici, il risultato è un pop elettronico con la voce di Ades che si rifà al folk del Tigray, mentre nella plpitante e scura Maximum Self-Care è il recitato in francese di Emma Souharce a donare fascino e mistero. Le Palais de Bachar, dedicato alla caduta di Bashir Assad, fra ritornelli bizzarri, distorioni, synth iridescenti, voci trattate ci restituisce la dimensione caotica della Siria odierna. Embeyto è un tripudio di ritmi afro e suggestioni nord africane. Il Fait Trop Cuit ci riporta alle origini eritree di Ades, ma dopo un inizio lineare da canto d’amore finisce con una sconnessa serie di suoni. Scarlett Chien si trascina magnificamente indolente fra voci lamentose, linee di basso ossessive e un caos sonoro turbinoso. Chiude uno dei brani migliori, Tour Eiffel, in cui Ades rivive la sua esperienza di rifugiato: le chitarre circolari da desert blues e il canto cantilenante di Ades e uno strano flauto nel finale creano un’affascinante atmosfera psichedelica.
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