Mount Matsu, ovvero gli Yīn Yīn e la loro idea di Estremo Oriente.
Al loro terzo disco, anche questo uscito per la Glitterbeat, si ha l’impressione che gli Yīn Yīn, olandesi di Maastricht, siano ancora alla ricerca di una loro ben precisa dimensione. Non a caso Mount Matsu presenta un significativo cambio di formazione: particolarmente rilevante è l’abbandono del cofondatore della band, nonché autore, il polistrumentista Yves Lennertz, mentre sono entrati nella band il chitarrista Erik Bandt e il tastierista Robbert Verwijlen che così affiancano i membri storici rimasti, il batterista Kees Berkers e il bassista Remy Scheren. Per questo Mount Matsu i brani sono stati scritti da tutti i componenti e il disco è stato registrato in uno studio nella campagna belga.
Mount Matsu assembla molte cose, forse troppe
Così come i connazionali Altin Gün trovano la loro ispirazione nella psichedelia anatolica, gli Yīn Yīn guardano all’Estremo Oriente dal Giappone alla Cina alla Thailandia, il tutto miscelato con ritmi funk e disco e con un buon sapore vintage, per esempio nei suoni dei synth. Si ha l’impressione che le canzoni siano finalizzate più a effervescenti esibizioni live che non all’ascolto privato. Del resto non è difficile immaginare che il pubblico non possa che scatenarsi nel ballo. Brani come Takahashi Timing, Pia Dance (non a caso qui sul bel groove la voce canta “mi fai venire voglia di ballare”), o Tokyo Disco, con i richiami alla disco anni ‘80 e ritmi funk e afrobeat e suoni impreziositi da qualche spruzzata di esotica influenza orientale, sono perfettamente adatti alla pista da ballo.
Si fanno invece preferire canzoni come Tam Tam, vicina al suono orientale dei Khrungbin, o il surf di The Perseverance of Sano (che inizia alla Calexico per poi inquinare il suono con soffi di synth retro e un assolo di chitarra orientaleggiante o i briosi poliritmi) di White Storm e l’omaggio all’arpa cinese nella dolce Ascending to Matsu’s Height. Lasciano perplessi le tracce più melodiche come la notturna-erotica Komori Uta, con i gorgoglii sensuali alla Jane Birkin, si parva licet, o la lamentosa Shiatsu for Dinner, sfuocata in quell’inutile ripetere il titolo come in uno stucchevole mantra. Non tutto funziona in questo loro terzo lavoro, la sensazione è che gli Yin Yin non abbiano ancora trovato una loro precisa direzione e qui più che una contaminazione creativa vi sia una sorta di incertezza, di ondeggiamento fra ispirazioni diverse.
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