fratto9 | Intervista Tomtomrock

Intervista: fratto9 e il ritorno alla lentezza

Un colloquio con Gianmaria Aprile dell’etichetta indipendente fratto9.

fratto9 | Intervista Tomtomrock

fratto9 sono suoni che solcano un disco. E’ uno sguardo attento, meticoloso, preciso che non ha fretta. E’ la trasposizione di uno sguardo in suono. E’ la conoscenza sensibile di tradurre uno sguardo in musica. fratto9 é una fotografia in bianco e nero che cattura bellissimi colori”.

Con queste parole Gianmaria Aprile presenta sul sito ufficiale la sua etichetta. In una parola, inafferrabile. Come tutte le cose buone dell’arte, anche fratto9 non è facile da inserire in uno schema. Musica sperimentale, per trovare una scorciatoia. Ma se si dà un ascolto a tutto il catalogo, disco dopo disco, c’è un’evoluzione di gusto, di atmosfera e di ambizioni. Oggi che è sempre più difficile orientarsi per ogni appassionato di musica, le etichette restano un buon criterio di riferimento e, se la scena italiana continua a essere stimolante, un po’ di merito ce l’ha anche fratto9, con le sue produzioni sempre – dico: sempre – interessanti. Ne parliamo con il suo ideatore Gianmaria Aprile, discografico e musicista nei Luminance Ratio.

Com’è nata fratto9 e perché?

fratto9, inizialmente Frattonove Under The Sky, prende il nome da un brano di mio zio, Al Aprile, pubblicato su una compilation da lui prodotta . L’idea è nata dalla voglia di produrre e stampare dischi di persone/musicisti “affini” a quello che a suo tempo era il movimento “post-rock”, che io frequentavo musicalmente con la mia band, gli Ultraviolet Makes Me Sick . Il primo disco pubblicato dall’etichetta, ora in freedownload, risale ormai a più di 10 anni fa e fu realizzato da persone con le quali, a distanza di anni, mi sono ritrovato poi a suonare, e questo era quello che un po’ cercavo, far interagire i musicisti appartenenti all’etichetta. Naturalmente il processo non ha sempre funzionato, ma sono successe cose molto belle.

fratto9 Spaccamonti e Beauchamp | Tomtomrock

Spaccamonti e Beauchamp – Torturatori

 Un bilancio di questi anni?

Rispetto all’inizio, è cambiato tutto, completamente. Le dinamiche di comunicazione, di vendita, di ascolto, non sono più quelle di 10 anni fa. Devo dire che, purtroppo, negli anni si è perso quello che per me era l’aspetto più bello e più “romantico”, ovvero l’entusiasmo, l’attenzione, il confronto, lo scambio, sia da parte dei musicisti stessi, che da parte dei giornalisti. Ci siamo tutti ritrovati a dover far fronte ad una quantità di materiale in circolazione davvero eccessivo e il lavoro per poter accogliere e capire è diventato troppo faticoso, e così ci hanno rimesso in molti. Sta diventando sempre più difficile vendere i dischi. Ci si inventa qualsiasi tipo di metodo per trovare nuovi possibili acquirenti.

I dischi si vendono dal vivo, e non sempre  i negozi storici chiudono, altri aprono e lo stesso vale per i locali. Quindi molti dei contatti che negli anni un’etichetta si costruisce, può succedere che si perdano nel giro di un paio d’anni e bisogna ricominciare – quasi – da capo. Non è una lamentela, è un dato di fatto. Purtroppo siamo in un periodo di cambiamento e quelle che erano le dinamiche su cui si basava un’etichetta, ora non sono più valide. Bisogna solo sapersi adattare.

Non pensi che ci sia un problema culturale più generale? L’impressione è che manchi soprattutto la curiosità, forse proprio perché tutto è più facile da trovare (su internet) e, quindi, di fatto a nessuno interessa. In altre parole, chi ascolta la musica di fratto9?

Mi dispiace pensarlo, ma credo che la musica non sia cosa per tutti o, quanto meno, lo può essere nel momento in cui la si usa come intrattenimento, ma diventa per “pochi” nel momento in cui se ne deve usufruire in modo intelligente. Bisogna essere capaci di farsi delle domande sulla musica e non soltanto lasciarla come sfondo della giornata. Poi ognuno è libero di fare ciò che vuole, ed è bello così, ma la musica, l’idea di arte, ha bisogno di essere vissuta con un minimo di impegno, di intelligenza, di domande. Scaricare musica gratuitamente allarga le conoscenze, ma bisogna farlo consapevolmente e pensare di comperarla dopo averla ascoltata – cosa che faccio molto spesso.

Soprattutto, però, per ritornare al discorso delle piccole etichette indipendenti, penso che le persone debbano svegliarsi e capire che acquistare i dischi fa bene a chi li produce, fa bene al gruppo e fa bene alle orecchie. E non sono quei 12 euro spesi per un vinile che mandano in rovina la vita. E’ l’idea di “supportare”, di omaggiare in qualche modo il musicista che regala la propria musica, che si concede, che si mette a nudo.

Un altro problema è quello della qualità sonora. Con l’mp3 in troppi hanno abdicato, ma la musica non si ascolta con le cuffiette o dal computer. Che ne pensi?

Devo dire che negli anni l’mp3 è molto migliorato sotto l’aspetto della qualità, ma come dici bene è il modo in cui si ascolta… L’ascolto è influenzato da tante cose, è condizionato dal proprio umore, è condizionato dall’ambiente, dalle situazioni. Ecco perché un disco andrebbe sentito più volte e in modi diversi per poterne cogliere tutte le sfumature. E’ un piccolo impegno che andrebbe preso.

Torniamo a fratto9. Come avviene la scelta degli artisti?

Succede che ci si incontra. Quasi tutti i musicisti con cui collaboro li conosco da prima di pubblicare il loro lavoro, a tal punto da poterci pensare assieme. Alcune volte sono stato io a proporlo e a realizzare la registrazione, per esempio nel caso di Spaccamonti e Beauchamp o di Rainbow Lorikeet.
E’ questo uno degli aspetti che più mi interessa, ovvero creare una collaborazione. Altre volte è successo che mi hanno contattato direttamente i musicisti, confrontandoci sulla proposta musicale.

fratto9 - Rainbow Lorikeet | Tomtomrock

Rainbow Lorikeet – False Awakening

Se ti guardi intorno, quali etichette senti a te affini?

Il panorama italiano è ormai allo sbando… Stanno chiudendo quasi tutte, restano attive Boring Machines, Holydays rec, Black Sweat, Escape From Today. Anche se ne sono nate altre, magari focalizzandosi su un genere, su una scena, con produzioni molto piccole, magari solo su un formato specifico (come la cassetta), se penso a quando organizzavo il Tagofest, solo 10 anni fa, all’epoca la quantità di etichette indipendenti era impressionante. C’è sicuramente ancora un buon fermento, ma sono tutte nuove leve, le piccole storiche etichette stanno chiudendo i battenti.

Facciamo allora un salto nel passato e celebriamo un attimo altre due cose in cui sei stato coinvolto e che hanno significato molto per la “scena”. Cominciamo con Post-it rock.

Caspita, stiamo parlando di circa 15 anni fa… Post-it rock è stata la mia prima e unica fanzine, ma non essendo cartacea si parlava di webzine. Ci occupavamo esclusivamente di gruppi italiani, meglio se nel calderone musicale del post-rock, comunque affini ad un certo tipo di musica. Eravamo agli albori della comunicazione in rete, non c’erano social network, non c’erano app, non c’erano tutti i siti/webzine che ci sono ora. Eravamo in pochi, lo spirito era ben differente e noi la vivevamo con grande passione.

Pubblicavamo come se fosse una vera fanzine, con le pagine e con l’editoriale. Ho chiuso nel momento in cui le etichette incominciavano a forzare troppo la mano, chiedendo recensioni positive in cambio di “favori” – come per esempio la possibilità per il mio gruppo (ai tempi gli Ultraviolet Makes Me Sick) di suonare in qualche locale/festival. Una sorta di piccola mafietta, niente di nuovo, ma io non volevo entrare in quel meccanismo e ho chiuso tutto.

E il Tagofest invece?

Il Tagofest è stato un po’ una evoluzione di Post-it rock, nel senso che tutti i contatti che avevo maturato in quegli anni li ho convogliati in una grande festa. Il Tagofest è stato una bellissima idea, una bellissima esperienza, che forse poi ci è scappata di mano e che non abbiamo saputo sfruttare. Non ero da solo, eravamo in diversi a coordinare il festival: Stefano Rossi (ai tempi proprietario del Tagomago – il locale a Marina di Massa nel quale avveniva il festival), Bruno Dorella (OvO, Ronin, Bachi da Pietra), Mirko Spino (Wallace records), Tiziano Sgarbi (Bob Corn), Onga (Boring Machines).

E’ bello ripensare a quanta partecipazione ci sia stata: ad ogni edizione c’erano almeno 30/40 etichette che venivano con i loro banchetti e altrettanti gruppi che suonavano, spalmati su tre giornate, con il mare a due passi e tanta gente di passaggio. C’era uno spirito di divertimento, di curiosità, di sana competizione, ma soprattutto tutti partecipavano attivamente. Io ho collaborato alle prime 5 edizioni, dopo di che l’entusiasmo si stava affievolendo e la stanchezza si era fatta sentire, insieme ai primi dissapori tra gli organizzatori… Mi stancai perché la formula incominciava ad essere un po’ ripetitiva , ma soprattutto perché non c’era stato un rinnovamento e le etichette, anziché aumentare, diminuivano, perché chiudevano o smettevano di produrre dischi e il “cambiamento” del sistema si stava già facendo sentire.

 Cosa ti è rimasto di quell’esperienza?

E’ stata una bellissima “fotografia” di quegli anni musicali. Ora la “scena” è altrettanto bella e interessante, ma si muove su percorsi forse più difficili da tracciare, quantomeno per me…e direi che c’è anche molto più “individualismo”.

A proposito del Tagofest, era un grande momento di incontro fra etichette, musicisti e ascoltatori. oggi conosci realtà simili da suggerire ad appassionati e curiosi?

A Milano organizzano un festival di 3 giorni: ZUMA, che condivide lo stesso spirito, ma il risultato è ben diverso. Non ci sono tutti i banchetti del Tagofest, non ci sono tutte le etichette e l’impronta estetica della musica del festival è molto più definita rispetto a quella variegata del Tagofest. C’è anche l’Only Fucking Labels di Macerata, che si nutre dello stesso spirito, ma non essendo per me geograficamente vicina, ho avuto solo un paio di occasioni di viverla.
Come dicevo prima, penso che, oggi come oggi, la musica si stia muovendo su tracciati differenti, anche più variegati, ma allo stesso tempo si sono formate più nicchie musicali, creando frammentazione e dispersione.

fratto9 - Cur: Erma | Tomtomrock

Cur – Erma

Classica chiusura: progetti futuri?

Ora come ora rallenterò un po’ con la fratto9, purtroppo è sempre molto meno “romantico” gestire un’etichetta rispetto a 10 anni fa. Gli stessi gruppi/progetti dei quali ho pubblicato il materiale si sono nel tempo sempre più disinteressati a promuovere il proprio lavoro, creando scissioni all’interno e facendo nascere altri progetti, naturalmente a discapito della diffusione del materiale pubblicato e della qualità della musica. C’è un po’ questa tendenza, che sicuramente non aiuta le etichette a promuovere il lavoro e soprattutto i gruppi a scavare dentro la propria musica.

E’ difficile tenere un progetto attivo e produttivo nel tempo, ed è sempre più arduo per le stesse etichette promuovere realtà che hanno vita breve. E poi c’è una sovrasaturazione del sistema, perché ci sono troppe pubblicazioni, quindi è sempre più complicato mettere in evidenza il proprio prodotto. Insomma, sono dell’idea che la globalizzazione e questa mancanza (apparente) di confini nel web abbia reso tutto molto più farraginoso e abbia notevolmente accorciato i tempi di vita della musica. Tutti sembrano essere alla ricerca di consensi (apparenti) e giocano carte false pur di ottenerli, rimanendo abbagliati da quello che potrebbe sembrare oro, ma che in realtà non lo è. Credo sia necessario un ritorno alla lentezza, soprattutto nell’ascolto della musica.

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Avvocato e giornalista, marito devoto e padre esemplare, scrive di musica e fumetti sulle pagine de Il Tirreno e collabora/ha collaborato con numerose altre testate cartacee e non, oltre a non curare più un proprio blog. Fa parte della giuria del Premio Ciampi.

Guido Siliotto

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Avvocato e giornalista, marito devoto e padre esemplare, scrive di musica e fumetti sulle pagine de Il Tirreno e collabora/ha collaborato con numerose altre testate cartacee e non, oltre a non curare più un proprio blog. Fa parte della giuria del Premio Ciampi.

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