Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen
Bad Seed Ltd - 2019

Recensione: Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen

Ghosteen, nuovo e già discusso disco per Nick Cave & The Bad Seeds.

Un nuovo disco di Nick Cave & The Bad Seeds è sempre un evento. Così l’annuncio di Ghosteen circa una settimana prima della pubblicazione digitale e poi la premier di giovedì 3 sera non si potevano mancare. Primo ascolto deludente, ovviamente per chi scrive, ma Nick Cave merita l’attenzione che sempre va dedicata ad artisti di grande spessore. Se un primo ascolto lascia delusi, bisogna dargli fiducia e ascoltare altre volte, in momenti e ambiente diversi. E così è stato. Il giudizio, però, è solo in parte cambiato, ed ecco il perché.

Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen

Bad Seed Ltd – 2019

Della sua affermazione che i brani del primo disco sono i bambini, le tre lunghe canzoni del secondo i genitori, ognuno darà l’interpretazione che vuole. A parte la lunghezza e una maggiore complessità di due delle tre tracce del secondo disco (Ghosteen e Hollywood), musicalmente lo si può trattare come un insieme. Musica, interpretazioni e temi costituiscono infatti una cosa sola.

Chi suona su Ghosteen

Per quanto sia dato sapere dai credits prima dell’uscita ‘fisica’ di Ghosteen, i brani sono stati scritti e prodotti dal duo ormai rodato Nick Cave-Warren Ellis. Quest’ultimo suona anche sintetizzatori, loops, flauto, violino e piano. I Bad Seeds sono Thomas Wydler, Martyn CaseyJim Sclavunos e George Vjestica. Ora, con l’eccezione del basso di Casey, e al più del vibrafono di Sclavonus, l’impressione è che abbiano preparato il caffè mentre Cave ed Ellis suonavano, perché di loro c’è ben poca traccia in Ghosteen. La batteria di Wydler, o le percussioni di Sclavunos, fanno capolino alla fine di Hollywood, ed è tutto.

Il problema non è l’assenza di toni ‘rock’ (genere che al momento pratico con moderazione) né, come talvolta dicono i nostalgici, di Blixa o Harvey. Certamente Ellis ha un peso preponderante, ma il filo conduttore della musica di Nick Cave è sempre stato Nick Cave stesso, dunque evidentemente questo è ciò che vuole. Il fatto, però, è che i Bad Seeds hanno costruito negli anni un suono dinamico e unico. Chi ha avuto il piacere di ascoltarli dal vivo, ancora più che in studio, avrà avuto modo di notare la capacità di variazioni di una band che è in grado di andare dai toni più raffinati e nuanced fino a muri del suono che nemmeno un gruppo di giovani metallari. Ecco, il dinamismo del suono è ciò che immediatamente manca al primo ascolto di Ghosteen, e anche i successivi confermano.

La voce di Nick Cave

Il tappeto sonoro scelto per le undici composizioni non varia mai. Tastiere, piano, loops, e tutto il resto filtrato per creare un suono magmatico che a parte pochissime eccezioni (la parte centrale di Ghosteen, un momento di Hollywood) non esplode mai. Il tono è sommesso, e la voce di Nick Cave si adegua. A sessantadue anni, i segni del tempo (e certamente anche del dolore) si sentono, e in questo non c’è niente di male, anzi. Altri, come Johnny Cash, hanno saputo farne una ricchezza. Tuttavia, anche il canto di Nick Cave si adegua e appare monocorde, a tratti con scelte imbarazzanti, quali i falsetti che spuntano in alcuni momenti e che per un baritono come lui non sono proprio facili.

La voce sottile alla fine di Hollywood che fatica a tenere a bada il tono naturale, che qui e lì esce, è difficilmente perdonabile a un grande professionista come lui. E se non fossimo in un momento di beatificazione di Nick Cave, forse qualche recensore avrebbe dovuto già notarlo. Al pari dei cori, che dovrebbero fare da controcanto, come in una specie di tragedia greca, ma che sono inadeguati e spesso facili facili.

Cosa ci piace di Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen

Tutto da buttare, allora? Certamente no. Ci sono momenti in Ghosteen in cui l’autore Nick Cave viene fuori. Waiting For You è certamente una ballata melodicamente bella, e anche tipica del suo modo di scrivere. L’inizio di Ghosteen (brano) ricorda Warszawa (anche se a Ellis manca la raffinatezza di un Brian Eno: ma viste le recenti polemiche dubito che suoneranno mai insieme) e anche altre parti musicali quasi ambient riescono bene. La stessa Ghosteen è costituita da una prima parte molto bella, fino al crescendo di cui si è detto, che viene però persa in una seconda sezione allungata a dismisura. Leviathan ha belle atmosfere, anche se poi finisce senza troppi sviluppi (come detto difetto comune a quasi tutto il disco).

Davvero Ghosteen è il miglior Nick Cave & The Bad Seeds?

Certo, dover leggere che quelle di Ghosteen sono le canzoni migliori scritte da Nick Cave pare più un disservizio che un complimento all’autore di The Mercy Seat, I Let Love In, Red Right Hand, The Weeping Song e davvero troppe altre perché si possano ricordare qui. Senza contare che anche il Nick Cave degli anni più ‘tardi’ (che difficilmente sono i migliori, va detto, in ambito rock e dintorni) ha scritto canzoni memorabili.

I testi

Nei testi, Cave ritorna a un immaginario che gli è proprio: Elvis, Gesù, i sogni apocalittici di Bright Horses. Manca il Nick Cave narratore di storie che lascia il posto ancor più che su Skeleton Tree ad associazioni di immagini, a volte più felici, altre meno, magari all’interno dello stesso verso: I tre orsi guardano la TV / invecchiano una vita, o Signore / Mamma orsa tiene il telecomando / Papà orso, lui galleggia appena / E l’orsacchiotto, se n’è andato. / Sulla luna in una barca, una barca / Sto parlando di amore ora. / E come si abbassano le luci dell’amore / Sei nella stanza sul retro a lavare i suoi vestiti. / L’amore è così, sai, è come un flusso di marea. / E il passato con la sua feroce risacca non ci lascerà mai andare / Non ti lascerà mai andare” (da Ghosteen).

Il tema dominante è abbastanza ovvio, e probabilmente non potrebbe essere altrimenti: il dolore. Rispetto al quale, e questa è una novità per l’immaginario di Cave, la soluzione è data nell’ultimo verso del disco (dunque alla fine di Hollywood) dove Cave riporta la parabola buddhista di Kisa Gotami, che piange il figlio morto cercando conforto presso ogni casa, ma ognuno ha i suoi lutti da piangere. Il dolore è universale, e solo l’accettazione della morte altrui e della propria può offrire speranza: “E sto aspettando che arrivi il mio momento / E sto aspettando che la pace arrivi”.

In conclusione…

Certo si potrebbe dire che, di fronte a temi del genere, inutile aspettarsi un disco differente da Ghosteen. E invece non è così. Quest’anno Caligula di Lingua Ignota ha mostrato che scorticare la musica fino a far male riesce a comunicare meglio il messaggio di dolore che la anima. Nel 2016 Blackstar alternava rabbia, accettazione, riflessioni sul proprio passato e sulla fine prossima in modo musicalmente coinvolgente, vivissimo, emotivo. Non si tratta di fare paragoni impossibili, peraltro fra autori stilisticamente lontani fra loro. Ma la musica di Ghosteen comunica soprattutto un senso di intorpidimento che, come per Kisa Gotami, non può che condurre al nulla. Manca la catarsi che, dal tempo di Aristotele, è centrale in ogni tragedia che si rispetti. È solo teatro, certo, ma anche la musica è rappresentazione, non semplice trasmissione di un sentimento, per nobile o profondo che sia.

Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen
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Marina Montesano

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. Condividerla con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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