Timber Timbre - Sincerely, Future Pollution | recensione album
City Slang - 2017

Recensione: Timber Timbre – Sincerely, Future Pollution

Timber Timbre – Sincerely, Future Pollution

Timber Timbre - Sincerely, Future Pollution | recensione album

City Slang – 2017

A dispetto dell’oscuro narrare che li caratterizza tutti, sono dischi sempre un po’ diversi fra loro quelli dei Timber Timbre. Tuttavia, in Sincerely, Future Pollution il cambiamento risulta più accentuato.

Il quartetto di Montreal aveva disegnato grandi spazi desolati e battuti dal vento nell’album che li aveva resi nomi emblematici (tag “struggente disagio”) della scena indipendente, Creep On Creepin’ On. Il vento li aveva quindi fatti planare dalle parti di Mulholland Drive in occasione del successivo Hot Dreams, disco per il quale non vi fu  recensione che mancasse di citare come referente David Lynch. Al trend si adeguò anche Tomtomrock, il quale mise peraltro in evidenza una certa uniformità nella scrittura dei brani.

I Timber Timbre cambiano qualcosa nel loro suono comunque oscuro

In Sincerely, Future Pollution la novità non si percepisce subito. L’iniziale Velvet Gloves & Spit è comunque più europea rispetto al passato, con un ennui che fa pensare, anche nel cantato di Taylor Kirk, ai Tindersticks. Ma i synth già occhieggiano in modo insolito, per non parlare del sostegno quasi funk della chitarra. Poi arrivano Grifting e la strumentale Skin Tone è l’impressione diventa ancor più nitidamente europea. Berlinese per la precisione, visto che il referente è il David Bowie all’Hansa By The Wall. Con annesso Carlos Alomar.

Fatta eccezione per un breve ritorno, a metà disco, nell’America profonda (Sewer Blues), il resto dell’album continua a muoversi fra New York (la copertina, quasi astratta) e l’Europa (inclusi studi di registrazione parigini), tra i Talking Heads e i Roxy Music di Avalon. Ma se qualcuno ci trova anche gli Orchestral Manouvres In The Dark non sbaglia. E Taylor Kirk non si offende, probabilmente.

Qualcun altro sarà a questo punto pronto a lagnarsi del citazionismo come persistente malattia del sistema linfatico del rock odierno. Stabilito che anche Elvis o i Beatles o i Birthday Party citavano qualcosa, qui non siamo di fronte al peccato di presunzione dell’ultimo Father John Misty: scrivo e canto come Elton John perché sono troppo figo. I Timber Timbre non affittano l’appartamento ammobiliato anni ’80 per rinfrescarlo appena, come da manuale del modernariato (vagamente) creativo. Ristrutturano invece le stanze secondo il loro gusto non proprio allegro. Cambiano anche le tinte alle pareti, sostituendo quelle un po’ algide degli originali con qualcosa di scuro, ma caldo. Poi si affacciano alla finestra e vedono che il mondo continua a essere poco allettante.

Sincerely, Future Pollution rielabora (bene) Bowie e il suono anni ’80

L’idea, triste e appropriata, è questa: si prende un suono che fu vincente e lo si riveste con il disastro, la sconfitta. Ne è un esempio il pezzo più bello della raccolta, Western Questions: “Domande occidentali, elezioni disperate, una campagna per Halloween, Ci rilassiamo con la nostra vita sentimentale pubblicata, con le sue cadute nell’osceno. Abbiamo melma e fenicotteri, per favore prendi il numero ma non scordarti il mio nome”. Chissà se quelle “elezioni disperate” sono venute in mente a Kirk prima o dopo l’8 novembre 2016…

Dopo aver aggiunto che le melodie sono mediamente più memorabili rispetto a Hot Deams, che Kirk canta con sempre più suadente noncuranza e che i Timber Timbre convincono anche dal vivo, stavolta ci dissociamo dai paragoni legati a David Lynch. Semmai quel lounge desolato che ogni tanto fa capolino, così come l’amarezza del discorso nel suo insieme, fanno pensare ad Aki  Kaurismâki. A Kirk piacerà questo paragone?

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Antonio Vivaldi

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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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