franzoni ancora

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In questa storia londinese raccontata da Simona Franzoni il rock c’entra poco, ma ci sono due lenti celeberrimi, improbabili duetti vocali e tanto soul  multinazionale. 

 

di Simona Franzoni

Finita la giornata lavorativa, discendiamo in macchina da Mill Hill verso il centro. Sono le 5.30pm di una delle – forse – ultime giornate di sole qui a Londra, il traffico di chi rientra in città è mostruoso, e noi optiamo per tagliare da West Hampstead. Non vengo in questa zona da ventitre anni, da quando abitavo poco più a nord e passavo nella via principale tutti i giorni per recarmi al lavoro.
Mile End Lane, per me una delle strade più belle di Londra.
Appena la riconosco, mi precipito a urlare ad Anthony che guida:
“STOP! DROP ME HERE PLEEEASE!”
E con le gambe di marmo per la stanchezza della giornata inizio la passeggiata inaspettata e per questo ancor più dolce. 
Poi, un tuffo al cuore. Incredibile a dirsi, ma la minuscola libreria dove passavo ore a leggere libri che non potevo permettermi è ancora aperta ed è identica a vent’anni fa. Al suo interno non scorgo il vecchio proprietario, ma un commesso tanto giovane che potrebbe essere mio figlio. Mi vede col naso incollato alla vetrina e viene fuori. Pensando che voglia sapere il motivo del mio attaccamento al vetro, con gli occhi lucidi per l’emozione gli spiego che un tempo ero una lettrice abituale e abusiva, e che molti dei libri più belli della mia gioventù li ho letti all’interno del suo negozio, appoggiata allo schienale di quella vecchia poltrona verde in cuoio, quella là, laggiù nell’angolo delle biografie.
Lui ci pensa su e, con la vitalità tipica di chi si è appena risvegliato da un’anestesia totale, mi risponde:
“Cool.”
Poi mi sorride e mi invita a tornare l’indomani perché sta chiudendo. E tira giù la saracinesca quasi sul mio naso, senza mostrare il minimo coinvolgimento nelle mie emozioni.
Certo, voler entrare alle 5.58 in un negozio che chiude alle 6 è un azzardo, soprattutto in Inghilterra.
Si sa che gli inglesi di flessibile hanno solo la suola delle scarpe, però davanti a una storia simile chiunque farebbe un’eccezione. Ma io non insisto, me ne faccio una ragione e dopo cinque o sei “Bye!” senza risposta mi dirigo altrove.

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Passati due caffè, un ristorante libanese, uno filippino, un bistrot francese e una pizzeria italo-cino-arabo-armena, la mia attenzione viene catturata da una porta aperta su un corridoio stipato di robaccia. Giacche, scarpe, borse, cappelli e vecchi dischi. Una massa informe emanante odore di vecchio marciume, proprio ciò che piace a me. Entro e sbircio ma non vedo nessuno, il proprietario sarà sicuramente uno dei clienti del pub di fianco intenti a discutere davanti a pinte ormai vuote. Una veloce occhiata ai primi cappotti che ingombrano l’ingresso e capisco che vale proprio la pena di guardare con calma.
Mentre controllo accuratamente che un kimono Benetton non abbia buchi sul davanti, partono a tutto volume le note inconfondibili del mio primo lento ballato a dodici, innocenti, tenerissimi anni: Careless Whisper.
Wow, questa sì che è la mia giornata della memoria.
Frugo e canticchio … I feel so unsure … tararirarirà … and lead you to the dance floor…
Passano i secondi ma continua a non vedersi nessuno. Quando arriva il momento del ritornello sciogli-viscere, complice la solitudine e una vecchia pelliccia di visone spelacchiata – ma che fa ancora la sua sporchissima (è il caso di dirlo) figura – non resisto e lo canto a squarciagola:

I’M NEVER GONNA DANCE AGAIN
GUILTY FEET HAVE GOT NO RHYTHM
THOUGH IT’S EASY TO PRETEND
I KNOW YOU’RE NOT A FOOOOOOL…

Mentre trascino le “oo” di fool all’ennesima estensione , una porta che non avevo in alcun modo notato in cima a una scala in fondo al corridoio si apre e si affacciano tre anziani arabi. Non scendono, ma mi fissano immobili con occhi sbarrati.
Gelo e musica a palla.
Continuando a oscillare la testa seguendo il ritmo, sorrido e saluto con la mano.
“Hehehehe … ehm … Hello!”
Nessuna risposta, sembrano tre cartonati a grandezza umana piazzati davanti a una porta.
Poco dopo un braccio tatuato si insinua fra di loro e si agita, fino all’apparizione completa del resto del corpo di un quarto individuo. Forse cinquantenne, è semplicemente divino: braccia tatuate, magliettina viola aderente con un cuore in rilievo sul davanti, diverse catene d’oro al collo, jeans neri stretti a evidenziare un pacchetto decisamente sottodimensionato, scarpe bianche lucide a punta. E in testa, i capelli impomatati alla Bobby Solo dei tempi d’oro.
“You like George Michael?” mi urla da in cima alle scale.
Oddio, non proprio, ma spiegare il motivo del mio accorato ululare pare complicato, quindi gli urlo un sì di rimando. E qui, questo bizzarro incrocio fra Ahmadinejad e Bobby Solo, scende le scale come lo avrebbe fatto Guesch Patti se fosse stata al Festival di Sanremo a cantare Étienne, e attacca a cantare a squarciagola, venendo dritto verso di me:

TONIGHT THE MUSIC SEEMS SO LOUD
I WISH THAT WE COULD LOSE THIS CROWD
MAYBE IT’S BETTER THIS WAY
WE’D HURT EACH OTHER WITH THE THINGS WE’D WANT TO SAY
WE COULD HAVE BEEN SO GOOD TOGETHER
WE COULD HAVE LIVED THIS DANCE FOREVER
BUT NOOOOOW WHO’S GONNA DANCE WITH MEEEEEE
PLEASE STAAAAY

Pronta a sprofondare in un appendiabiti appesantito dai cappotti, ma congelata nella mia posizione, ingolfata dentro il visone ammuffito, paralizzata dalla sua imponente presenza a tre cm dal mio naso, trovo la forza di unire le mani in un applauso e dirgli:
“Wow! Bra-vou!”
“Tenk you,” risponde rinfilandosi la maglietta nei pantaloni, leggermente scompostasi nell’esibizione scaligera. “Where you from?”
“Italy.”
“Italiana? Oooh! Tu molto bella, molto bella bellissima!” mi urla, chiudendo la mano a becco nel tipico gesto italiano del “ma che vuò?”
“Grazie … ehm … you know, you really look like an Italian singer…”
“Me? Who?”
“Oh, a very old one. You don’t know him…”
“I kno everybody. Tell me.”
“Ehm … His name is Bobby Solo…”
Con i suoi occhioni neri arabi sgranati mi fissa per qualche secondo, ma a me sembra che il tempo non passi.
Mmm… ho detto qualcosa di male? Comincio a preoccuparmi…
Improvvisamente riprende conoscenza e con voce stridula mi urla:
“BOBBY SOLOOO??!”
Mi prende il braccio e mi trascina su per le scale, poi all’interno della stanza passando fra i vecchietti che ora ci fissano con occhi catarattici e densi di terrore. Mi lascia il braccio per piazzarsi dietro la scrivania e smanettare con un Mac portatile.
Dopo qualche secondo partono le note.
Solleva la testa, mi sorride e mi dice:
“Come on my friend. Togeda now.”
E così, nella stanzetta in cima alle scale, davanti ai tre Mohammed esterrefatti e a un bambino che gioca con l’iPad seduto per terra, ci esibiamo in un formidabile duetto dal gusto retrò, stonatello, inaspettato e per questo ancor più dolce:
“DA UNA LACRIMA SUL VIIIIIISOOOO…”

Nota:

Se,  due minuti prima dell’orario chiusura, volete anche voi disturbare lo spleen intellettuale di un commesso di libreria, l’indirizzo è:
West End Lane Books
277 West End Lane, West Hampstead, Londra
Se invece volete provare vestiti vintage, acquistare oggetti da regalo unici anche nell’ortografia  (v. sotto ‘Amora’) e intonare il vostro lento  pop preferito insieme a un negoziante che somiglia a Bobby Solo, rivolgetevi a:
Mr. Pink’s Vintage Clothing Shop 
333 West End Lane, West Hampstead, Londra

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George Michael – Careless Whisper

 

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