beirut no no no

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No No No: un disco interlocutorio per Beirut.

Messi un po’ da parte i fiati, che avevano riempito di colore i precedenti dischi di Beirut,  da Gulag Orkestar  a Riptide  fino  all’indigestione mariachi di March Of The Zapotec/Holland, ritroviamo Zach Condon alle prese con una breve selezione di canzoni (appena 29 minuti) che trattano, tra l’altro, della fine di una relazione sentimentale.

 

Se spesso  l’ondata emozionale che segue ad un evento così  doloroso produce dischi o brani di alto profilo, non è questo il caso di No No No; però le otto canzoni, intervallate da un delizioso strumentale fortemente indebitato con la musica della Penguin Cafè Orchestra, si fanno ascoltare con piacere, grazie anche all’utilizzo ritmico del  pianoforte e ai  buoni arrangiamenti d’archi, con picchi qualitativi nell’iniziale Gibraltar, con le sue ossessive percussioni e nella finale e sognante So Allowed, suo perfetto contraltare. Episodio interlocutorio, quindi, ma molto meno negativo del suo titolo.

7,3/10

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Recensore di periferia. Istigato da un juke-box nel bar di famiglia, si cala nel mondo della musica a peso morto. Ma decide di scriverne  solo da grande, convinto da metaforici e amichevoli calci nel culo.

Di Fausto Meirana

Recensore di periferia. Istigato da un juke-box nel bar di famiglia, si cala nel mondo della musica a peso morto. Ma decide di scriverne  solo da grande, convinto da metaforici e amichevoli calci nel culo.

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