Con Creature Of Habit Courtney Barnett ritorna a essere folkinger, ma con qualche stranezza.
Creature of Habit è un modo di dire anglosassone per definire una persona pigra, ma con un concetto di fondo che evidenzia ancor più la totale mancanza di stimoli. In qualche modo il titolo potrebbe sembrare un monito anche a sé stessa da parte della cantautrice australiana Courtney Barnett, evidentemente non soddisfatta del momento della sua carriera. Nella sua vita c’è stato effettivamente un fallimento economico, quello della sua label personale, la Milk! Records, creata nel 2012, ma chiusa con gran dispiacere nel 2023. Per questo il nuovo album, il quinto della sua carriera (a cui vanno aggiunti alcuni EP, una colonna sonora e il disco a due mani con Kurt Vile Lotta Sea Lice del 2017) si accasa alla Mom + Pop, piccola label newyorkese specializzata in musica indipendente, evidentemente adatta per lasciarle libera gestione nella realizzazione dei suoi album.
Le canzoni di Creature Of Habit
Paradossalmente Creature Of Habit inizia con un brano che si chiama Stay In Your Lane, pieno di arrangiamenti percussivi elettronici, anche se nei restanti nove si respira generalmente aria di ritorno agli esordi da folksinger, con midtempo melodici come Wonder o Mantis che esaltano le doti d’autrice di Barnett e di fatto la riportano nella normalità del cantautorato femminile moderno. Insomma, se da una parte non bisogna dormire sugli allori, dall’altra, come dice la programmatica prima canzone, meglio non lasciare la vecchia via per la nuova. Ne esce un disco saggiamente moderato, a volte pigro davvero (Mostly Patient), altre semplicemente essenziale (One Thing At A Time, con Flea al basso), in cui l’artista sembra per la prima volta non sentire il peso di dover dimostrare qualcosa a qualcuno e tira dritto per la sua strada con le sue canzoni.
Significativa la presenza della collega Waxahatchee nel singolo Site Unseen, ma i credits vedono la presenza di molti guru dell’elettronica come la batterista delle Warpaint Stella Mozgawa, di fatto principale collaboratrice sia in session che in produzione, oppure il britannico Floating Points, che sparge qualche suono sintetizzato su Same, o la nostra Marta Salogni, produttrice aggiunta in metà dei brani.
Un congedo benaugurante
Il finale con Great Advice e Another Beautiful Day è più scanzonato, segno di un mood sereno e risolto che fa bene ad un album fatto di brani semplici e anche insolitamente meno verbosi del solito, il che lo rende forse non l’album più importante di Courtney Barnett, ma sicuramente il più immediatamente assimilabile e apprezzabile ad oggi.
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