Da Malmö, lo shoegaze e il dream pop degli Hater e del nuovo album Mosquito.
«In Mosquito non c’è nessun brano SMACK SMACK ti amo da morire. Parliamo più di quando il cuore ti graffia, delle farfalle nello stomaco, del sentirsi vuoti o a pezzi… di tutto quel vortice fisico ed emotivo dell’essere vivi».
Bastano queste premesse della cantante Caroline Landahl per capire che gli Hater sono tornati con sane intenzioni. Il nuovo album Mosquito, prodotto ancora una volta dal collaboratore di lunghissima data Joakim Lindberg, è un tassello importante nella carriera della band di Malmö. In primis hanno definitivamente impresso il loro marchio di band devota allo shoegaze e al dream pop che rimanda all’indie degli anni 90. Riff diretti quindi e melodie incastonate dalla voce angelica della Landahl che in questo album trasmette anche urgenza e liberazione.
Hater – Mosquito: cosa attendersi
Alla base, oltre alla coesione sonora, una scrittura di canzoni più matura e consapevole. Canzoni che raccontano storie di zanzare, vampiri o di un Cupido con archi, corni e poesie, ma che alla base parlano della mancanza, e del bisogno, di sentimenti autentici. L’altro tassello importante di Mosquito è il giusto bilanciamento fra i suoni eterei dream pop e una ruvidezza di fondo nel sound, soprattutto nelle chitarre e nella voce di Caroline quando si fa più diretta. Un brano come Landslide detta subito le regole e This Guy parte col piede giusto grazie all’incalzare del basso di Adam Agace.
L’atmosfera shoegaze poi rimane comunque sempre attiva con brani come Brighter e Guts. La maturazione della band e la scelta di scrivere separatamente, per poi ricomporsi in studio, si riflettono nel sound, che arricchisce lo stile con tonalità più ombrose, talvolta vicine al post-punk (Still Thinking of You o il cupo riverbero del brano Stinger). Con Mosquito, gli Hater consolidano la loro maturità, affinando un suono che trova qui la sua forma più convincente.
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