Di cinque cartine rimaste e di un ragazzo di vetro. Per Nick Drake.
Nessuno conoscerà mai i pensieri di Mary Jane. E nessuno saprà mai su quali Nick Drake si sia addormentato la notte del 25 novembre 1974 per non più risvegliarsi da quell’autoindotto sonno barbiturico. Sia stata meditata volontà, fatalità malaugurata o il tranello finale di una vita segnata dal richiamo sempre meno resistibile al silenzio, non lo sapremo mai, come non sapremo dove mai sia stata Mary Jane e chi abbia incontrato nel suo cammino verso le stelle.
Di quella vita fragile, che non avrebbe conosciuto nulla più oltre quei preziosissimi ventisei anni di gioventù e di creatività quasi impalpabile, con il suo contrappunto di chitarra acustica e antidepressivi, resta qualcosa di ben più solido di quelle cinque, umili cartine richiamate dal titolo dell’album d’esordio, Five Leaves Left (1969), e che trenta pillole di amitriptilina non sono riuscite a occultare.
Restano le foglie volteggianti che continuano a staccarsi dai tre dischi pubblicati in vita e la polvere di stelle, già un po’ meno luminosa, di una manciata di inediti, figli tormentati e abbandonati di un quarto disco cercato con discontinua caparbietà, ma duro a venire e che non venne. Restano e destano, ogni volta, in chi scrive almeno, il solito, non scalfito stupore davanti alla colta ed educata bellezza di questo Keats confinatosi nello Warwickshire e consegnatosi presto, come il fratello maggiore, ad una perenne giovinezza.
Nick Drake – The Making Of Five Leaves Left
In questo 2025 Island Records pubblica il making of di quell’esordio al tempo poco compreso, nella sua dolce e assonnata oscillazione fra folk e molto confidenziale jazz, che quasi o nulla vendette (e Nick Drake non scollinerà mai le 5000 copie, per capirci) e che, a distanza di oltre mezzo secolo, continua ad ammaliare con la sua poesia lunare e fragile come un velo di polvere sull’acqua.
È scritto che questo provare e riprovare nello studio di registrazione, questo aggirarsi intorno a una assonnata e scintillante chitarra folk su brani che di lì a poco si sarebbero cristallizzati nella semplicità apparente di linee melodiche disarmanti e purissime, sia destinato a far vibrare i polsi di quanti conoscono a menadito quella scaletta impossibile da replicare e che, a nostro giudizio, Drake mai replicò. Non lo fece nel più solido e strutturato Bryter Layter (1971), nel quale non manca però di affacciarsi qualche scampolo di maniera, e neppure in quei ventisette minuti rubati al silenzio che Nick Drake si lasciò alle spalle nel salutare la scena così poco amata, e di lì a poco il mondo, raccolti sotto il nome di Pink Moon (1973).
Un cofanetto sontuoso
È scritto dunque che in non pochi piegheremo le ginocchia davanti alle cinque versioni di Day Is Done, che qui torna più volte arrangiata, orchestrata, semplificata e riscritta, ma resterebbe assai deluso chi si attendesse del nuovo, dell’occulto o del misterioso da questo sontuoso cofanetto, o qualcosa di troppo diverso da quanto non si sapesse di Nick Drake o che di lui non si potesse facilmente presumere da quanto già si conosceva.
Prove di un diverso arrangiare i brani, qualche non esorbitante variante musicale, alcune non troppo marcate diffrazioni negli arpeggi, qualche parola spesa qua e là a corredo, da questo muto ed enigmatico figlio d’Inghilterra nato birmano.
Ma, ci domandiamo: dove risiede ancor oggi il segreto, il magnetismo poetico di Nick Drake? Almeno, se lo domanda chi scrive, che lo incontrò sedicenne e mai più se ne allontanò, e a cui pare, a distanza di così tanti anni, che si trovi concentrato più che altrove in queste dieci canzoni che sembrano covate per una vita intera.
The Making Of Five Leaves Left porta a riflettere sulla scrittura di Nick Drake
Nick Drake fu uno strano poeta, che non sapeva scriver versi. I testi delle sue canzoni sono biglietti appoggiati su un tavolo da un adolescente che si impunta davanti al foglio bianco, che ne esce coperto di parole, di correzioni o a volte di nulla. La scrittura di Nick Drake ci appare, se riusciamo nello sforzo di astrarre dalla dolorosa storia personale, o troppo sotto o troppo sopra le righe, incartata com’è in una quotidiana biografia di sogni e fantasmagorie letterarie giovanili. Essa si fa storta, astratta e involuta non appena sfiora un concetto (l’apologo sulla fama di quell’incanto sonoro che è Fruit Tree vale d’esempio). Dolce e carezzevole, è pronta a dissolversi al tocco, fatta d’aria come l’impalpabile Mary Jane, appoggiata con un braccio su una linea di flauto traverso indimenticabile e che un attimo dopo non c’è più. Come l’adolescenza di vetro, infranta eppure eternamente ripetuta e fissata di Nicholas Rodney Drake.
Forse il punto sta qui, però, dicevamo, o meglio in una contraddizione di fondo, che sposa quel che difficilmente si potrebbe immaginare congiunto. In questo cantare, lui già adulto, un eterno adolescente che avrebbe dovuto già essersi ritratto, per lasciare posto all’uomo, e che resta invece l’unica forma di vita che si aggira in un bozzolo destinato a trovare il mondo troppo duro e troppo forte per costruirvi casa. In questo rivestire una estenuante giovinezza interiore di un corredo armonico, melodico e sonoro straordinariamente adulto e maturo, al punto da non riuscire a sopportare di poter evolvere.
Uno dei motivi dell’incanto che ancora ci scalda nelle canzoni di Nick Drake crediamo stia proprio qui, in questa contraddizione a cui la vita imporrà di restare tale, cantata da una voce carezzevole e lieve che sembra aver timore di sfiorare il mondo e di essere riconosciuta per strada.
Thoughts Of Mary Jane
Niente di troppo nuovo, dicevamo, in questi dischi fatti di provare e riprovare. Ma Saturday Sun resta quel quadro indimenticabile di Inghilterra dell’anima che conosciamo, in cui sempre piove ma ogni tanto si affaccia il sole, e se nessuno saprà mai dove sia fuggito l’uomo del fiume (River Man) o quali siano i pensieri di Mary Jane (Thoughts Of Mary Jane), Way To Bluu, liberata dal peso d’archi del disco d’esordio, eseguita al solo piano, splende per quel che, insieme a Day Is Done, era ed è, uno strappo nella tela della nostalgia stranita e sorridente, musa perpetua di Nick, da cui sversa un dolore educato, ma che non trova quiete.
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