Gli Oslo Tapes di Marco Campitelli tornano con Låst Comet.
Dopo un paio di anni dall’uscita del precedente Staring At The Sun Before Goin’ Blind tornano gli Oslo Tapes di Marco Campitelli, che prosegue nel sodalizio con l’ex faUSt e Ulan Bator Amaury Cambuzat, produttore anche di questo Låst Comet. Il titolo è a prima vista ingannevole, ma la presenza di un segno diacritico sulla a di Comet rivela che la lingua usata non è l’inglese ma il norvegese: quindi la “cometa” non è “ultima”, ma “bloccata”. E norvegesi sono anche due degli ospiti più prestigiosi: Håkon Gebhardt, il leggendario batterista dei Motorpsycho, e Emil Nikolaisen dei Serena Maneesh e Brian Jonestown Massacre.
L’universo di Oslo Tapes
Come il suo predecessore, anche Låst Comet proietta l’ascoltatore in un mondo “extraterrestre” evocato attraverso una elettronica del terzo millennio che ha certo kraut rock e psichedelia come suoi riferimenti principali, entrambi però trascesi in una personale sintesi che stavolta integra maggiormente anche la voce umana. Il brano iniziale Inhuman Witch si apre con un rumore che sembra evocare un macchinario in fase di spegnimento su cui si innesta una martellante batteria e lenti riff di synth e di chitarra effettata, il tutto a fare da tappeto alle declamazioni di una inquietante voce femminile. Analemma evoca atmosfere più “dolci”, anche per merito di una voce maschile più calda e soffusa. In Pyramid Shape torna la voce femminile a punteggiare con una sorta di spoken words una ritmica martellante con accenti quasi noise per chiudere con un lapidario “Fuck” scandito quasi con cattiveria.
In Deep prosegue tratteggiando un’identica atmosfera, avvalendosi anche di strumenti a fiato mentre nella successiva Tribe Telepathy ritorna, notevolmente addolcita, la voce femminile. Transpace si muove su un tappeto di synth e una ritmica martellante che fanno da sfondo a una sorta di dialogo tra voce femminile e voce maschile mentre in Bizarrâ il tappeto di cui sopra si fa ancora più veloce e ossessivo.
La conclusione del disco
Quasistar, che pure si apre con una rumoristica che ricorda quella dei primi rudimentali videogames e che la mantiene in quasi costante sottofondo, apre il trittico finale che ci porta in uno spazio interstellare popolato da voci suadenti, anche se quelle infantili che si ascoltano dalla metà in poi di Lazarus Awaking non ci sembrano evocare l’immagine di un’ infanzia innocente, ma piuttosto quella inquietante di bambini quasi “demoniaci”.
Campitelli prosegue con coerenza il suo cammino facendoci immergere in un’atmosfera a tratti sognante, a tratti inquietante, quasi a voler evidenziare che il confine tra sogno e incubo non è poi così netto.
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