Pet Shop Boys – Hotspot
X2 Records – 2020

Recensione: Pet Shop Boys – Hotspot

Quattordicesimo disco per i Pet Shop Boys: Hotspot.

Una cosa è certa: i Pet Shop Boys i dischi sanno proprio farli, e questo Hotspot ne è l’ennesima prova – la quattordicesima, per la precisione. Dal 1986 infatti, il duo britannico continua a sfornare opere di forte carattere e indiscutibile qualità che si situano con fierezza in quel genere – spesso sottovalutato dalla critica – che è il pop elettronico. Genere al quale nel corso di una carriera che abbraccia oramai ben quattro decenni solo raramente sono stati tentati di voltare le spalle.

Pet Shop Boys – Hotspot

X2 Records – 2020

Ciò che forse più contraddistingue la loro produzione è quel leggero senso di straniamento provocato dall’accostamento fra le pompatissime melodie EuroDisco di Chris Lowe e i testi firmati da Neil Tennant – ora pregni di un pungente senso dell’umorismo (si pensa a quello sferzante commento all’ideologia thatcheriana degli anni ’80 e ’90 che era Opportunities – Let’s Make Lots of Money), ora capaci di limpida sebbene mai seriosa introspezione (viene in mente Left to My Own Devices).

I Pet Shop Boys scelgono Berlino per Hotspot

Registrato negli studi Hansa di Berlino (resi celebri da David Bowie che nel 1977, insieme a Brian Eno, lì incise due dei suoi capolavori assoluti), Hotspot riserva ben poche sorprese sotto il profilo musicale. In Stuart Price, ancora una volta alla produzione (Madonna, The Killers, Kasabian, Kylie Minogue, Missy Elliott) i Pet Shop Boys sembrano aver trovato un ‘soulmate’ con cui condividere la passione per la dance music, ma anche un collaboratore duttile e capace di dare una curiosa luminosità a quello che per chi scrive è uno dei brani più belli dell’album, la malinconica ballata Burning the Heather.

 

Quello di bruciare l’erica è una pratica del nord dell’Inghilterra che coincide con l’arrivo dell’autunno e che serve a stimolare il rinnovo della pianta. E in un qualche modo sembra essere proprio questo il tema di Hotspot: il tempo passa impietoso per tutti; e così come cambia il mondo, cambiano anche le prospettive, e talvolta è necessario operare cambiamenti nella propria vita. I Pet Shop Boys sembrano aver scelto di farlo lasciando il Regno Unito per immergersi nella stimolante multiculturalità di Berlino, città in cui Hotspot è pressocché totalmente ‘ambientato’. È qui che Tennant si imbatte nell’attempato protagonista dell’incalzante Will o’the Wisp, ex-manzo da disco di cui egli aveva subito il fascino tanti anni prima, e che conserva un certo ‘je ne sais quoi’ benché nel frattempo si sia reinventato come funzionario statale.

La Dreamland dei Pet Shop Boys

Ed è forse in Berlino che Tennant intravede un’utopica Dreamland che, a differenza del suo paese natio, apre le braccia ai migranti. Strepitosa, va detto, Dreamland cantata insieme a Olly Alexander dei Years & Years. E che, in spirito, fa concorrenza a Go West, grandiosa e commovente cover dei Village People, pubblicata nel 1993 nel pieno dell’epidemia dell’AIDS e che per tanti rappresentava un inno alla speranza in un futuro migliore.

 

Degne di nota sono anche la divertente Monkey Business e la ballata Hoping for a Miracle. È una sorta di riflessione su ciò che resta delle ambizioni della gioventù che  però convince solo sotto l’aspetto della scrittura di Tennant. Ed è proprio la presenza di un numero forse eccessivo di ballate che faticano a spiccare il volo per davvero che fa procedere questo Hotspot un po’ a singhiozzi. E questo è un vero peccato, perché lo spirito indomito del duo ci sta tutto, così come la loro flemmatica gioia di vivere e di fare musica.

Pet Shop Boys – Hotspot
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Giovanni Ferrari

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Cresciuto con una dieta a base di Bowie, disco e rock'n'roll - primi amori che non si dimenticano. Di questi tempi un po' old skool, ma forse solo per pigrizia: metti su un pezzo di Kendrick Lamar e guarda che fusa ti faccio...

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