Return Of The Dream Canteen è il secondo album dei Red Hot Chili Peppers in sei mesi
Frusciante è (ri)tornato. E i Red Hot Chili Peppers fanno uscire due album di inediti in poco più di sei mesi. Se il primo dei due, Unlimited Love, poteva risultare un disco più strutturato, questo Return Of The Dream Canteen sembra quasi un divertimento. La gioia del ritorno. Del suonare di nuovo insieme. E dietro al banco della produzione c’è ancora Rick Rubin, anche lui più che felice dell’incontro. Una sorta di reunion che per fortuna pare essere qualcosa di più solido. I brani sono tanti e, va detto subito, si poteva pensare ad un unico grande album che raggruppasse il meglio delle due uscite. Ma i RHCP, a questo punto della loro carriera, non ne hanno bisogno. Sono liberi di gestire le regole dell’industria musicale senza particolari pensieri e relative riflessioni. Si sono ritrovati in studio e hanno inciso. Una lunghissima jam session. Personalmente ho saltato a piè pari l’intera produzione che vedeva Klinghoffer alla chitarre. Talvolta ascoltavo qualcosa di piacevole, ma nulla a confronto delle chitarre di Frusciante. Che ha segnato, nel bene e nel male (!), un punto di non ritorno per tutta la band californiana.
Con John Frusciante i Red Hot Chili Peppers sono di nuovo ‘veri’
E anche su questo Return Of The Dream Canteen il lavoro di Frusciante è spesso molto interessante. Nulla di nuovo e di particolarmente originale, chiariamolo, ma è evidente all’ascolto, invece, come la vena creativa si sia nutrita di una serenità ritrovata. Basta già sentire il brano uscito come singolo, Eddie. Il basso di Flea gira bene e sembra quello degli anni d’oro, così come gi incastri di voce e chitarre, fino allo splendido finale strumentale. Un ottimo lavoro. Così come l’apertura di Tippa My Tongue. Una rivisitazione del vecchio crossover losangelino.
Non mancano, com’è ovvio, richiami a un repertorio ben rodato e di sicuro impatto sonoro, come le piacevoli Bella e Roulette: groove, funky, spensieratezza e spiagge; o l’hard rock di Reach Out; o ancora le ballad notturne di Handful e La La La La La La La, che al netto del titolo, è comunque un brano ben riuscito. Mentre con l’apertura e il solo di Carry Me Home, Frusciante paga il suo debito nei confronti di Hendrix: e anche questo non è certo un mistero. Alla fine questo Dream si fa sentire e pare quasi ripercorre i fasti di un tempo. L’auto che correva nel deserto non sembra nemmeno così ammaccata.
Sarà stata forse la risata di Kiedis che apre Afterlife o forse i versi «We’ve Only Just Begun / Funky Monks Are On The Run / Gonna, Gonna, Gonna Get You With The Tip Of My Tongue», beh, signori, i Red Hot Chili Peppers, di nuovo tutti insieme, ci sono. Eccome se ci sono.
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