Bad Bunny

Una delle sorprese di questo 2025 appena concluso è venuta dal disco di Bad Bunny – DeBÍ TiRAR MáS FOToS. Una delle star del pop più celebri e ascoltate degli ultimi anni tira fuori un disco differente da tutti i precedenti, più sperimentale, nel quale linguaggi nuovi convivono con quelli tradizionali dell’America centrale. Soprattutto, tira fuori un disco dal forte sapore politico e anticoloniale evidente in LO QUE LE PASÓ A HAWAii, che nella classifica 2025 abbiamo eletto testo dell’anno.

In questa canzone Bad Bunny richiama un preciso episodio della storia coloniale, facendo riferimento alla perdita di identità subita dalle Hawaii. Alla fine del XIX secolo, imprenditori statunitensi legati soprattutto all’industria dello zucchero acquisirono vastissime estensioni di terra nell’arcipelago, concentrando nelle proprie mani il controllo economico e influenzando in modo decisivo la politica locale. Questo processo culminò nel rovesciamento della monarchia hawaiana nel 1893, con la deposizione della regina Liliʻuokalani, avvenuta con il sostegno diretto di interessi economici e militari statunitensi e senza il consenso della popolazione indigena.

La caduta del regno segnò l’inizio di una trasformazione profonda e irreversibile. L’annessione politica e l’integrazione forzata nel sistema statunitense produssero una progressiva marginalizzazione della lingua hawaiana, esclusa dalle scuole e dalle istituzioni governative e sostituita dall’inglese come unico idioma legittimo dell’amministrazione e dell’istruzione. Parlare hawaiano divenne a lungo un segno di arretratezza sociale, quando non una pratica apertamente scoraggiata o punita.

Parallelamente, la diffusione del cristianesimo missionario e le politiche culturali promosse dagli Stati Uniti favorirono l’abbandono delle pratiche spirituali, rituali e simboliche autoctone, considerate superstiziose o incompatibili con i valori occidentali. Canti, danze, forme di trasmissione orale del sapere e concezioni indigene del rapporto con la terra vennero progressivamente svuotate del loro significato originario o trasformate in elementi folklorici, destinati al consumo turistico più che alla vita comunitaria.

Il riferimento non è solo storico, ma profondamente attuale e comparativo, proiettato su altre realtà insulari e coloniali che rischiano di subire un destino analogo, come la Porto Rico di Bad Bunny. La condizione di Porto Rico all’interno dell’orbita degli Stati Uniti è il prodotto di una relazione storica di lungo periodo che può essere definita come una forma di colonialismo moderno mascherato da integrazione giuridica. A partire dal 1898, quando l’isola passò dal dominio spagnolo a quello statunitense in seguito alla guerra ispano-americana, Porto Rico venne progressivamente inserito nel sistema politico ed economico degli Stati Uniti senza però acquisire una piena sovranità né un’effettiva capacità decisionale. La definizione di Commonwealth adottata nel 1952 ha contribuito a costruire l’illusione di un’autonomia politica, ma nella sostanza il potere ultimo resta concentrato nel Congresso statunitense, che può legiferare sull’isola senza essere espressione diretta della sua popolazione.

I portoricani sono cittadini statunitensi dal 1917, ma questa cittadinanza è strutturalmente incompleta: chi vive sull’isola non può votare alle elezioni presidenziali e non dispone di rappresentanti con diritto di voto nelle istituzioni federali. Le decisioni fondamentali in materia di commercio, fiscalità, difesa e politica economica vengono prese altrove, mentre sull’isola ricadono gli effetti concreti di tali scelte.

Questa asimmetria istituzionale ha avuto conseguenze pesantissime sul piano economico e sociale. Porto Rico è stato progressivamente integrato in un sistema di dipendenza che favorisce capitali esterni e grandi interessi industriali, a scapito dello sviluppo endogeno. La crisi del debito esplosa negli anni Duemila ha reso evidente questa fragilità strutturale, culminando nell’imposizione di una giunta federale di controllo finanziario non eletta, incaricata di gestire il risanamento economico attraverso politiche di austerità che hanno inciso duramente sulla popolazione, riducendo servizi pubblici, istruzione e sanità. Ancora una volta, le decisioni più rilevanti sono state prese senza un reale mandato democratico locale.

In questo contesto, la migrazione verso il continente statunitense assume i tratti di un fenomeno quasi obbligato. Milioni di portoricani hanno lasciato l’isola nel corso del Novecento e del primo ventunesimo secolo, attratti – o costretti – da migliori opportunità economiche e lavorative. Sebbene si tratti formalmente di una migrazione interna, essa funziona nei fatti come una diaspora economica, che priva Porto Rico di risorse umane, spezza le reti familiari e contribuisce allo spopolamento di intere aree. L’isola resta così intrappolata in un circolo vizioso, in cui la dipendenza economica alimenta l’emigrazione e l’emigrazione rafforza la dipendenza.

Sul piano culturale e linguistico, la relazione con gli Stati Uniti ha prodotto una tensione costante tra assimilazione e resistenza. L’inglese, imposto storicamente come lingua dell’amministrazione e dell’istruzione, ha convissuto con lo spagnolo in un rapporto gerarchico che ha spesso svalutato quest’ultimo, associandolo a una dimensione subalterna o marginale. Allo stesso tempo, molte pratiche culturali, musicali e simboliche portoricane sono state folklorizzate o depoliticizzate, trasformate in elementi di consumo piuttosto che in strumenti di espressione identitaria. Ed è proprio da qui che nasce il confronto con altri contesti insulari come quello hawaiano: non come analogia superficiale, ma come avvertimento sul destino di territori e culture che, privati della sovranità politica, rischiano di perdere progressivamente anche il controllo sulla propria lingua, sulla propria memoria e sul proprio futuro.

Il tour per la promozione del disco si è aperto con 31 concerti consecutivi a Porto Rico con prezzi ridotti per i locali. L’afflusso di turisti per assistere agli spettacoli ha trasformato quello che è di solito un periodo di bassa stagione turistica (a causa della stagione degli uragani) in un flusso consistente di visitatori, con un introito per l’economia locale stimato intorno ai 400 milioni di dollari. Il tour esclude invece gli Stati Uniti per timore che l’attuale clima politico e sociale negli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda le politiche sull’immigrazione e le attività di enforcement dell’agenzia federale ICE (Immigration and Customs Enforcement). Bad Bunny ha espresso timori che agenti dell’ICE potessero essere presenti all’esterno dei suoi concerti negli Stati Uniti e creare situazioni di tensione o rischio per molti dei suoi fan, soprattutto quelli di origine latina o migrante.

 LO QUE LE PASÓ A HAWAii

Questo è un sogno che ho avuto*

Lei sembra bella anche se a volte le va male
Negli occhi un sorriso che trattiene il pianto
La schiuma delle sue rive sembra champagne
È alcol per le ferite, per far danzare la tristezza
È alcol per le ferite perché c’è molto da guarire
Nel verde, dentro la montagna, si può ancora respirare
Le nuvole sono più vicine, con Dio si può parlare
Si sente il jíbaro** che piange, un altro ancora che se n’è andato
Non voleva andarsene a Orlando***, ma il corrotto l’ha cacciato

E non si sa fino a quando

Vogliono togliermi il fiume e anche la spiaggia
Vogliono il mio quartiere e che l’anziana se ne vada
No, non lasciare la bandiera****, non dimenticare il lelolai*****
Perché non voglio che facciano con te ciò che è successo alle Hawaii

Qui nessuno voleva andarsene, e chi se n’è andato sogna di tornare
Se un giorno toccasse a me, quanto mi farebbe male
Un’altra jíbara* che lotta, una che non ha ceduto
Non voleva andarsene neppure lei e sull’isola è rimasta

E non si sa fino a quando

Vogliono togliermi il fiume e anche la spiaggia
Vogliono il mio quartiere e che i tuoi figli se ne vadano
No, non lasciare la bandiera non dimenticare il lelolai
Perché non voglio che facciano con te ciò che è successo alle Hawaii
No, non lasciare la bandiera non dimenticare il lelolai
Perché non voglio che facciano con te—

Lelolai, lelolai
Oh, lelolai, lelolai

 

* In diverse occasioni Bad Bunny ha dichiarato che la canzone è stata sognata prima di essere scritta, come in una esperienza di rivelazione onirica.

**Jíbaro/a designa storicamente il contadino libero dell’interno montuoso dell’isola, in particolare delle regioni centrali (Cordillera Central). Si tratta di una popolazione distinta sia dagli schiavi delle piantagioni costiere sia dalle élite urbane di origine spagnola. Il jíbaro vive di piccola agricoltura, allevamento, scambi locali, ed è inserito in una economia fragile ma relativamente autonoma, almeno fino all’Ottocento. Il termine non indica dunque genericamente il “rurale”, ma un tipo sociale specifico, nato dall’incrocio di componenti indigene, europee e africane, e sviluppatosi in condizioni di marginalità strutturale.

***Orlando in Florida, spesso primo approdo per l’emigrazione portoricana

**** Nell’ultima canzone del disco, La Mudanza, Bad Bunny torna sul tema della bandiera e dice “Qui hanno ucciso della gente per aver esposto la bandiera / Per questo adesso io la porto ovunque, stronzo, e allora?”. La storia dei divieti relativi all’esposizione pubblica della bandiera portoricana è uno degli esempi più evidenti della natura repressiva e coloniale del rapporto tra Porto Rico e gli Stati Uniti nel corso del primo Novecento. La bandiera, adottata nel 1895 dai circoli indipendentisti in esilio, nasce fin dall’inizio come emblema di sovranità e di opposizione politica, strettamente legato all’idea di autodeterminazione nazionale. Proprio per questo, dopo il passaggio dell’isola sotto il controllo statunitense nel 1898, essa divenne rapidamente un oggetto sorvegliato, sospetto e potenzialmente criminale. Il punto di svolta fu il Gag Law del 1948, noto come Ley de la Mordaza, una legge che criminalizzava ogni forma di espressione ritenuta favorevole all’indipendenza. In base a questa normativa, esporre la bandiera portoricana, cantare inni patriottici, organizzare riunioni politiche o semplicemente possedere materiali simbolici legati all’indipendentismo poteva comportare arresti, multe o pene detentive. Questi divieti produssero un clima di censura diffusa. La bandiera, anziché sventolare negli spazi pubblici, sopravvisse per decenni in ambiti privati e clandestini. La revoca della Ley de la Mordaza e la progressiva normalizzazione dell’uso della bandiera, a partire dagli anni Cinquanta, non cancellarono però la memoria di quel controllo. Ancora oggi, l’invito a “non lasciare la bandiera” risuona come un richiamo storico preciso: non solo a preservare un emblema nazionale, ma a ricordare un tempo in cui l’identità stessa era passibile di sanzione.

*****Nel contesto portoricano, lelolai è legato alla musica jíbara, in particolare a canti, improvvisazioni e strutture corali della tradizione rurale. Quando viene affiancato alla bandiera, diventa metonimia della cultura immateriale dell’isola e simbolo della resistenza alla colonizzazione.

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

Di Marina Montesano

Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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