Kurt Vile - Philadelphia's Been Good to MeVerve Forecast

Kurt Vile va sul sicuro con Philadelphia’s Good To Me.

Dopo quasi vent’anni e dieci album (considerando anche quello in coabitazione con Courtney Barnett, ed escludendo l’esordio con i War on Drugs), possiamo tranquillamente immaginare in anticipo cosa aspettarci da un nuovo album di Kurt Vile. il cantautore statunitense ha saputo creare un universo musicale, e direi anche letterario, tutto suo, finendo sicuramente ad essere uno egli autori più personali e riconoscibili degli ultimi anni, ma questa forte caratterizzazione personalistica gli ha anche portato non poche critiche.

I 65 minuti di Philadelphia’s Been Good To Me 

Di fatto i suoi album sono prolissi e verbosi, prevedono sempre brani molto lunghi affiancati a momenti più accessibili, finendo sempre a richiedere all’ascoltatore una attenzione fuori moda, sia per tempi che per modalità di comunicazione. Il nuovo Philadelphia’s Been Good to Me /dedicato alla città natale) non fa eccezione, con i suoi dodici brani in quasi 65 minuti di musica, e con le sue abituali “talking-song” in cui sembra un uomo sotto ipnosi in pieno flusso di coscienza (come in 99th Song o in Rock o’ Stone) a fare da marchio di fabbrica. E, al solito, nessuna preoccupazione di esagerare coi tempi, neppure quando inserisce ben due strumentali nel menu, l’interlocutoria ed ipnotica Red Room Dub, e la romantica Piano for Sarah. 

Magari rispetto al solito il nuovo lavoro sembra cercare più episodi in up-tempo come il frizzante inizio di Zoom 97 o la veemente (per i suoi standard) Chance to Bleed, mentre Philly’s Been Good to Me costituisce il centro dell’album con il suo largo uso di synth in evidenza. Nel finale c’è spazio anche per quella che è, a conti fatti, una pura pop-song alla sua maniera come Every Time I Look At You, mentre le sonorità leggermente meno indie-folk derivano dai due produttori (e anche sessionmen principali) Matthew Jugenheimer e Adam Langellotti dei Sore Eros. Il complesso finale di Avalanche Of Snow, dove lui stesso si prodiga pure come trombettista, lascia la sensazione che, se fosse meno istintivo e più ragionato nel produrre i suoi dischi, potrebbe anche davvero costruire album più strabilianti, ma forse si perderebbe quella sua genuina urgenza di dipingere il proprio mondo isolato attraverso le sue tipiche lunghe carrellate, in cui c’è sempre da godere, quanto da sbadigliare. 

Kurt Vile artista prendere o lasciare

Philadelphia’s Been Good To Me fortunatamente ha più episodi che portano alla prima ipotesi, dopo che Bottle It In del 2018 e Watch My Moves del 2022 gli avevano attirato qualche critica per l’eccessiva autoindulgenza. Conferma però che con Kurt Vile ci deve essere una propensione a prendere o lasciare a priori da parte vostra, perché se il viaggio nella sua storia continua a interessarvi, qui ne troverete un capitolo importante, se invece avete già deciso di mollare qualche pagina fa, difficilmente queste canzoni vi convinceranno a riprendere il percorso.

Kurt Vile - Philadelphia's Been Good to Me
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Scrive regolarmente di musica dal 1992 per varie testate e siti web di settore (Mucchio Selvaggio, Il Buscadero, Rootshighway, FilmTV). Nel 2009 il suo racconto La Pistola ha ottenuto la Menzione Speciale della Critica al Concorso Quaderni Rock del MEI. Nel 2010 ha pubblicato Rolling Vietnam – Radio-grafia di una guerra (Pacini Editore), nel 2017 il thriller Musical 80 (WLM).

Di Nicola Gervasini

Scrive regolarmente di musica dal 1992 per varie testate e siti web di settore (Mucchio Selvaggio, Il Buscadero, Rootshighway, FilmTV). Nel 2009 il suo racconto La Pistola ha ottenuto la Menzione Speciale della Critica al Concorso Quaderni Rock del MEI. Nel 2010 ha pubblicato Rolling Vietnam – Radio-grafia di una guerra (Pacini Editore), nel 2017 il thriller Musical 80 (WLM).

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