Ivan Francesco Ballerini

Ancora Libero – Un’intervista a Ivan Francesco Ballerini.

Ivan Francesco Ballerini

 

Nel suo nuovo album Ancora Libero uscito nel marzo 2021, Ivan Francesco Ballerini racconta il non detto, le dichiarazioni d’amore ancora da fare, la vita come avrebbe potuto essere, fallimenti e possibili risalite. Lo fa con grazia, e la sua è una musica commovente. Per quanto si avverta la lezione della grande tradizione dei cantautori italiani, è come se le composizioni di Ballerini appartenessero a un’epoca precedente alle canzoni d’autore.

Sì, perché Ancora Libero riesce in un’impresa apparentemente impossibile al giorno d’oggi: quella di restituirci una sensazione di innocenza. In fondo canzoni come Dio C’è dicono che se riusciamo ancora a godere delle piccole cose significa che siamo ancora vivi nel vero senso della parola.

Sto esprimendo questi concetti con parole forse banali. Ma le canzoni di Ballerini sanno essere ben più convincenti, basta ascoltarle con lo spirito giusto. E ci si può anche divertire, in special modo con Cuore Di Metallo e Ancora Libero, due brani che raccontano rispettivamente il rapporto uomo-robot e l’irrefrenabile voglia di stare insieme nonostante tutto.

Ivan, sbaglio a intendere il tuo ultimo lavoro come una rivalutazione delle piccole grandi cose della nostra quotidianità?

Che bella domanda… Certo è esattamente così. Dopo il mio primo album Cavallo Pazzo in cui ho narrato le gesta epiche degli indiani d’America, con questo mio nuovo lavoro ho voluto parlare di me. In Ancora Libero” si possono trovare tanti aspetti della mia vita e forse della vita di molti di noi: amore, voglia di evasione, desiderio di volare, rapporto con le nuove tecnologie che ci stanno stravolgendo la vita. Tutto questo ho voluto raccontarlo con semplicità, e mi sono permesso di dedicare questo secondo lavoro a mia mamma che purtroppo non c’è più.

 

Non so perché, ma le scene che attraversano la mia mente mentre ascolto Ancora Libero sono scene di piccoli borghi e non di grandi realtà cittadine. Pur non disdegnando un suono talvolta metropolitano, il tuo mi sembra un disco prevalentemente bucolico.

Hai ragione, hai perfettamente ragione. Per lavoro ho dovuto girare tutto il mondo e non sempre quello che ho visto mi è piaciuto. A volte ho veramente faticato per confrontarmi con mentalità e popoli molto distanti da noi, per cultura, religione o soltanto abitudini alimentari. Sicuramente questi confronti mi hanno aiutato a crescere e a capire che il mondo non è tutto uguale e che basta spostarsi con viaggi di poche ore in aereo per trovarsi in posti completamente diversi dai nostri. Quando poi è nata mia figlia Eleonora ho deciso di smettere di viaggiare. Questo è accaduto dopo 11 anni di viaggi ìinterplanetari’, bellissimi e maledettamente faticosi. Oggi trascorro il mio tempo libero perso nella campagna, solitamente da solo, circondato da suoni lontani dai rumori della città… forse hai colto questo aspetto.

Nella domanda precedente ho volontariamente usato la parola “disco”. Ascoltando i tuoi brani nel loro insieme ho riassaporato il piacere degli LP di una volta, quando il disco aveva la valenza di un grande racconto pieno di storie.

Per prima cosa ti voglio dire grazie, grazie per il tuo complimento davvero gentilissimo. Effettivamente sto cercando di riportare la musica Italiana in quel punto in cui, dopo la morte di Fabrizio De André, si era interrotta. Raccontare storie dando valore più alla parte letteraria che a quella musicale. La musica presa in prestito solo per parlare, raccontare… A chi mi chiede cosa significhi per me scrivere una canzone rispondo: “è come svolgere un tema di italiano, dove assieme alle parole si sente scorrere in sottofondo un accompagnamento musicale”.

 

Ammetto di non aver ancora ascoltato Cavallo Pazzo, il tuo precedente album dedicato ai nativi americani. Ti faccio ora un lungo e non esaustivo elenco di artisti di origine indiana: John Trudell, Keith Secola, Elvis Presley, Steven Tyler, James Brown, Hank Williams Sr, Buddy Holly, Tina Turner, Muddy Waters, Charlie Patton, Ben Harper, Willie Nelson, Robbie Robertson, Neville Brothers, Jimi Hendrix, Willy DeVille. Non pensi che il contributo nativo americano al rock e al blues sia ancora tremendamente sottovalutato?

Riguardo al contributo che i grandi musicisti nativo-americani (ne citi alcuni davvero strepitosi) hanno dato alla musica mondiale, è davvero altissimo. Effettivamente in Italia sono stati sottovalutati… forse perché il rock e il blues non sono perfettamente nelle nostre corde.

Il grande bluesman John Lee Hooker indossava occhiali scuri sul palco per nascondere le lacrime che le stesse sue canzoni gli provocavano. Ti capita mai la stessa cosa, di commuoverti per qualcosa che hai scritto tu?

Ecco… questa è la cosa più bella che mi sia stata chiesta. Di interviste ne ho rilasciate davvero molte, rispondendo a domande a volte molto interessanti, ma mai così personali. Non mi vergogno a dire che ho scritto canzoni che spesso non riesco a cantare, a concludere… mi devo fermare. Brani come Per Me Sempre Sarai, Guardo Dalla Finestra, Dio C’è mi fanno commuovere… Passaggi come “Se la voce di tua madre, ti sveglia ancora la mattina, mentre parla piano in sottovoce con una vicina” non sempre riesco a portarli a compimento senza che scendano copiose lacrime.  Scrivere ti costringe spesso a fare i conti con te stesso, con la tua anima, con la tua coscienza… non puoi barare a te stesso. È proprio vero che scrivere ti costringe a conoscere te stesso.

Se non fossi stonato farei una serenata con le tue canzoni al davanzale della mia innamorata. Riconosci questa vena mariachi/romantica nella tua musica?

Un altro complimento, così a bruciapelo… Grazie, grazie ancora di cuore. Io non posseggo una grande voce, anzi tutt’altro. Non cerco mai di mettere in evidenza qualità canore che tra l’altro non posseggo. Cerco, con quelle che sono le frecce al mio arco, tanto per restare in tema, di raccontare storie, pezzi della mia vita. Provengo da una famiglia di artisti: mio nonno materno (Oberdan) era un attore di teatro, mio babbo (Romano) è un pittore, mio fratello Antonio è uno scrittore. Io sono un musicista da quando sono nato. Il mio modo di esprimere le mie emozioni è attraverso la musica. Ho iniziato a scrivere molto tardi, perché ero convinto di non esserne capace. Poi improvvisamente questo incantesimo si è rotto. Adesso sto lavorando su un nuovo progetto che reputo veramente bello e sotto tanti aspetti emozionante.  Ancora una volta si tratterà di un concept in cui cercherò di raccontare storie che mi hanno travolto il cuore… sempre fedele a questa connotazione romantica che tu giustamente hai notato e che evidentemente fa parte di me.

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Di Marco Zoppas

Trevigiano di nascita e romano di adozione. Nel maggio 2016 ha pubblicato “Ballando con Mr D.” sulla figura di Bob Dylan, nel maggio 2018 “Da Omero al Rock”, e nel novembre 2019 “Twinology. Letteratura e rock nei misteri di Twin Peaks”.

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