Volare Basso copertina nera

Intervista: “Volare basso” – Michele Lauro ricorda Marco Mangelli

La storia di Marco Mangelli, eccellente bassista e grande essere umano,  raccontata da Michele Lauro.

Volare Basso copertina nera

Marco Mangelli non era un nome troppo conosciuto dagli appassionati di musica. In realtà molti di quegli stessi appassionati hanno ascoltato il suo basso magistrale nei dischi e/o nei tour di Roberto Vecchioni,  Cristiano De André, Enrico Ruggeri, Ronnie Jones o, per i più perversi, in quelli di Biagio Antonacci. E attenzione, perché Marco suonò pure con Gloria Gaynor!.  E poi c’è una lunga militanza in gruppi  meno noti tipo Ciccio e le Arachidi oppure Los Brasatos, giusto per menzionare i nomi del fascino più esoterico, o anche, crescendo in notorietà, Fononazional e Dirotta Su Cuba. Insomma, uno che con il suo basso fungeva da pronto soccorso sonoro ovunque servisse, dal funk all’r’nb, dal pop al latin sound, dalle celebrità agli sconosciuti. 

Chi lo conosceva personalmente ne apprezzava non soltanto le capacità artistiche, ma anche la grande disponibilità umana. Ecco, ad esempio, la testimonianza di  Roberto Vecchioni: “Non è stato il più grande bassista del mondo, ma il più importante. Il più importante perché era il centro della band, quello che tiene insieme tutto. Il cantante non guarda il chitarrista, guarda il bassista: Marco era questo, era il centro”.

Marco Mangelli muore il 27 agosto 2018, a 53 anni. Il 14 novembre di quell’anno viene organizzato a Milano un concerto per ricordarlo (“Marcobaleno”), durante il quale salgono sul palco oltre cento colleghi/amici. Una testimonianza straordinaria di quanto affetto l’uomo dal ‘sorriso cavallato’ avesse messo in circolo nel corso degli anni.

Da qualche tempo è uscito Volare basso, a cura di Michele Lauro (giornalista, editor, ex musicista e umanista) che di Marco fu amico sin dall’adolescenza. Si tratta di un libro che è nato e cresciuto in sintonia con la filosofia ‘mangelliana’ di vita e arte. Lo spiega bene il curatore del volume in questa molto partecipe intervista.  

Volare basso è un libro che non si vende/compra, ma si regala. La cosa suona molto in controtendenza rispetto ai tempi attuali (anticapitalista, oserei dire). Come è nata l’idea e come funziona la distribuzione?

L’idea del libro è maturata in un periodo doloroso, di tensione emotiva dopo la scomparsa di Marco col quale avevo passato parecchio tempo nell’ultimo anno. Avevo messo insieme un pezzo della sua storia raccogliendola direttamente dalla sua voce, una storia lasciata bruscamente a metà. Mi sentivo perso. Ci sono momenti della nostra esistenza che non danno pace finché restano informi, diceva il grande Vittorio Sereni e  così, dopo aver visto il mega concerto-tributo Marcobaleno, ho pensato di chiedere aiuto ai suoi amici per completare la storia. Mi si è aperto un mondo, ho scoperto quanto Marco Mangelli avesse seminato a livello musicale e umano in trent’anni abbondanti di vita e carriera.

Quando ho finito il lavoro, non avevo più la forza di mettermi a inseguire un editore, o forse avevo paura di contaminare la natura affettiva, e poi collettiva, del progetto. Conosco il mondo dell’editoria, la sua subalternità alle logiche di mercato, i meccanismi di difesa che scattano di fronte all’ennesimo “ho scritto un libro” (Su chi? Un grande sessionman, un grande uomo… Come si chiama? Marco Mangelli, mai sentito…). Allora mi sono preso la libertà di infrangerle tutte, le regole editoriali e commerciali: un libro con due copertine diverse, un libro che si chiude con una poesia, un libro senza prezzo di copertina, un libro con una prima tiratura numerata a pennarello che non viene distribuito ma regalato a chiunque lo richieda. Un libro che però è un oggetto curatissimo, grazie anche al lavoro grafico dell’art designer Luca Beretta. A Marco sarebbe piaciuto, credo. Per chi lo volesse, ne tiene qualche copia la libreria Anarres di Milano, oppure basta scrivere al mio indirizzo mail: la.mi@tiscali.it

 

”Volare basso è un modo di essere”. Il concetto è chiaro, ma se vuoi dirci di più…

L’understatement di Marco Mangelli era, come la sua mitezza d’animo, radicale,  senza compromessi. L’apparire non faceva parte del suo orizzonte, e tuttavia era una persona brillante e carismatica. Non aveva un sito, una biografia, un profilo social, non teneva aggiornato il suo curriculum, usava Whatsapp ma solo per lavoro. Si sentiva un vaso di coccio tra i professionisti, come si intitola un capitolo della storia. Era anche il suo limite, ovviamente; anch’io ho pensato che sarebbe potuto arrivare “più in alto”, fare carriera all’estero magari. Ma perché poi? Siamo sicuri che per tutti il fine sia a tutti costi “crescere”, come ci ripete il mantra dell’economia liberista?

Marco non voleva questo, gli era del tutto estraneo. Si riconosceva semmai nella poesia di strada di Ivan Tresoldi, nel suo manifesto “chi getta semi al vento farà fiorire il cielo”. Non è un caso che nelle interviste ai suoi colleghi musicisti sia la dimensione umana a emergere. Io domandavo “come suonava Marco”? Loro mi dicevano “come faccio adesso senza la sua visione delle cose?”  E poi c’è l’altra faccia della medaglia, e del gioco di parole: basso sì, ma con il suo basso Marco sapeva (e sapeva farti) davvero volare.

Ripercorrere la storia di Marco Mangelli è anche ritrovare epoche ormai lontane nel tempo. Viene fuori, ad esempio, che negli anni ’80-‘90 non c’era solo la Milano da bere.

Sì, nel raccontare i suoi esordi Marco svela il dietro le quinte di un ambiente musicale in gran fermento, lo sboccio dei locali dove si fece le ossa una generazione di musicisti ancora sulla breccia: le Scimmie, il Capolinea, il Grillo Parlante e poi la Salumeria della Musica a Milano, il Pepe Club di Garlasco, l’Insomnia di Pavia, per citare solo i più conosciuti. E poi il mondo delle convention aziendali, che i musicisti in genere si vergognano a raccontare, simbolo di un’epoca in cui i soldi giravano davvero. I manager delle grandi aziende avevano disposizione budget illimitati e potevano permettersi di ingaggiare i migliori, a volte solo per togliersi uno sfizio. Con una infinità di aneddoti e tanta ironia Marco racconta quell’epoca e il suo declino, drammaticamente precipitato con la crisi economica degli anni Dieci.

Mi piace molto l’idea di rendere omaggio, attraverso Marco, a tutti i sessionmen e al loro lavoro spesso oscuro. Anche qui siamo all’interno dell’idea del volare basso?

Certamente. I grandi sessionmen, musicisti spesso sopraffini abituati a stare nel cono d’ombra del palco, sbaragliano la dicotomia fra arti e mestieri. Come cantava Ivano Fossati, la grande arte è un mestiere piccolo. Molti di loro, almeno quelli che ho conosciuto attraverso Marco, sono persone di grande sensibilità, con una preparazione tecnica eccezionale e uno spirito goliardico, cameratesco, che li fa sentire parte di un mondo forse in via di estinzione. È stata una soddisfazione, per una volta, chiamarli in scena a dire la loro.

Osservando la copertina sembra che il libro sia stato scritto proprio da Marco. E’ intenzionale?

Sì, Volare basso avrebbe potuto, dovuto essere il libro di Marco. Invece la sorte ha voluto che il suo racconto si interrompesse troppo presto. Non era giusto. Allora una cinquantina di persone gli hanno prestato la voce e i ricordi.

Possiamo dire che Marco è stato un eroe dei nostri tempi? Uno di quegli eroi che si notano poco ma fanno molto? A sentir parlare di lui s’immagina che portasse sorriso e concordia dovunque arrivasse.

Sì, senza proclami, senza gesti epici, restando imperfetto come tutti. Aveva il dono di farti sentire a posto, spesso migliore di come ti sembrava di essere. Quando stavi insieme a lui avevi la rara sensazione che fosse davvero presente, che ci si capisse. Aveva un pensiero ricorrente negli ultimi tempi, parlar bene degli altri in loro presenza. E lo faceva davvero, senza buonismi, senza retorica. Perché poi era anche un cazzaro, un caricaturista geniale, un generatore di battute e tormentoni. Poi chi ha avuto la fortuna di stare con lui su un palco può ben dire di avere avuto un’àncora solidissima dietro le spalle. In più quando suonava aveva un sorriso che era godimento puro.

Nelle note di copertina di Non al denaro, non all’amore, né al cielo, rispondendo a una domanda di Fernanda Pivano, Fabrizio De André dice che, alla fine “a trionfare sono i disponibili”. Marco era una persona molto disponibile, suonava con gente famosa ma anche con sconosciuti…

Era un suo aspetto peculiare. Vita musica amicizia facevano parte di un unico orizzonte, non sapeva dire di no, specie se era un amico a chiedergli di suonare. E i suoi amici erano tutti o quasi musicisti, professionisti o amatoriali… Arrivava in una cantina muffita magari dopo esser stato tutto il giorno in studio di registrazione e faceva cantare il suo basso insieme a manipoli di sgangherati, divertendosi e facendoli divertire. Non è mai cambiato il suo approccio da quando avevamo quindici anni e ci trovavamo nel salotto di mia nonna, dove io strimpellavo un pianoforte scordato e lui disegnava già arpeggi alla chitarra.

Domanda inevitabile: come ti sei organizzato per le interviste e quanto hai impiegato a raccoglierle?

È stata una faticaccia e un’infusione di umanità, portata a termine con l’indispensabile l’aiuto di un’amica più introdotta di me nell’ambiente musicale. C’è voluto più di un anno per raccogliere circa cinquanta interviste. Avevo una specie di lista all’inizio che ha continuato a espandersi man mano che ciascuno mi diceva, “senti anche quel tale che conosceva bene Marco”, “senti quell’altro che ci tiene sicuramente…”

Pochi mi hanno mandato qualcosa di scritto, la stragrande maggioranza delle testimonianze le ho raccolte a voce nei backstage dei concerti, ai tavolini dei ristoranti, nelle scuole di musica, sulle panchine dei parchi, prendendo appunti sul taccuino che usavo anche con Marco. Sono stato al Fabrique un pomeriggio aspettando che Enrico Ruggeri finisse le prove, Paolo Costa mi ha tenuto un’ora al telefono mentre tornava in auto da chissà dove, Eugenio Mori mi ha ospitato a casa sua un pomeriggio intero, Ronnie Jones mi ha travolto di energia appena prima di salire sul palco dello Zio Live Club, Roberto Vecchioni mi ha mandato un vocale, Daniele Fierro mi ha aperto le porte della liuteria dove costruisce i bassi (un antro delle meraviglie)… Tante piccole storie dentro la Storia.

La parte “Marco si racconta” è frutto delle interviste in ospedale? Mi immagino siano stati momenti struggenti…

L’embrione del libro è nato un giorno che andai a trovarlo all’Istituto dei Tumori di Milano con un taccuino in tasca. Marco è sempre stato un formidabile narratore e aveva una memorie eccezionale, gli chiesi di raccontarmi la sua storia. All’inizio era un gioco, ma poi ci siamo appassionati a un progetto che sapevamo sarebbe stato l’ultimo insieme. Fino agli ultimi giorni, a casa sua, ha passato pomeriggi interi a scandagliare i ricordi, rivangare aneddoti, mettere insieme i pensieri, lucidissimo e protettivo, con la premura di tenermi al riparo dal lato brutto del suo dolore. Ho visto una morte dal volto umano: un’esperienza indimenticabile.

Domanda indiscreta: lavorare a questo libro come ti ha fatto stare?  

Bene e male, come tutte le volte che i sentimenti non si possono scindere. Volare basso contiene in sé il senso della perdita e la scoperta di un’eredità umana e musicale che non scomparirà nel tempo. Ma scrivere questo libro, lo confesso, è stato anche il modo di affrontare – elaborare, o forse semplicemente ritardare – il lutto per un fratello acquisito.

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Antonio Vivaldi

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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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