Bruce Springsteen ristampe

Articolo: Bruce Springsteen – Le Ristampe

Sulle strade di Bruce Springsteen.

La notizia, per come è stata data, doveva essere una bomba. Sarebbero usciti in vinile cinque dischi del boss, realizzati tra la fine del vecchio e i primi anni del nuovo millennio, mai pubblicati prima su quel supporto. Poco dopo c’è stata la rettifica: soltanto uno, Live in Dublin, non era mai stato pubblicato in vinile. Per gli altri, e soprattutto per i fortunati collezionisti che se li ritrovano sui loro scaffali, niente di nuovo. Fatto sta che, alla fine di febbraio, ci siamo ritrovati con cinque album di Bruce (ancora) freschi freschi tra le mani.

Bruce Springsteen ristampe

Ascoltandoli mi pare siano invecchiati come il buon whiskey irlandese, in botti octave o barrel. Di che cosa si tratta, intanto. Di una raccolta, 18 Tracks (1999), di due album in studio, The Rising (2002) e Devils & Dust (2005) e di due album dal vivo, Live In New York City (2001) e Live In Dublin (2007), che coprono un arco di quasi dieci anni di carriera e che danno un’idea, seppure di massima, delle varie facce del Boss.

18 Tracks

Nel 1999, quando uscì la raccolta 18 Tracks, che proponeva ‘soltanto’ 18 brani tratti dal più ampio Tracks che vide la luce l’anno precedente in cofanetto con 4 cd, Bruce mostrava al grande pubblico una serie di inediti, demo, b-sides e brani live, per lo più già noti ai fans più fedeli. Tra questi qualche perla nascosta, come sempre succede, venne fuori e allora ci accorgemmo di come Growin’ up restava per lo più identica dal demo del 1972 fino ai solchi di Greetings From Asbury Park, oppure di come Rendezvous non avrebbe sfigurato tra le tracce di The River, così come Where the Bands Are e Loose Ends, quest’ultima nel classico intreccio vocale di Bruce e del tappeto di piano di Roy Bittan che ne sottolinea i passaggi melodici.

 

E venne fuori anche una versione demo di Born In The U.S.A. del 1982, chitarra e voce, proveniente certamente dalle registrazioni da multitraccia portatile a 4 piste delle takes di Nebraska, che da sola vale l’intero album. La voce di Bruce taglia e brucia anche senza la E-Street Band. Fino ad arrivare agli anni ’90, quando Bruce decise di collaborare con una serie di musicisti altri, e alla ballad Sad Eyes, romantica al punto giusto e che Bruce, nel ritornello, canta quasi in falsetto o la meravigliosa Brothers Under The Bridge sul Vietnam: «Saigon, era tutto finito. Le stesse macchinette della Coca-Cola delle strade in cui sono cresciuto». Un incipit che solo lui poteva scrivere.

19 aprile 1999: Bruce Springsteen a Milano

Ma senza il motore Bruce non riesce a stare. Il motore portante dell’intera architettura sonora messa in atto negli anni. Gli amici di sempre, che sono la forza dell’intera E-Street Band. Bruce li richiama tutti all’appello senza sentire nemmeno un ‘assente’. «Mi rendevo conto che quei ragazzi rappresentavano per me la fiducia, la lealtà, l’amicizia, la comunità. Il potere della fratellanza. […] Appena ci siamo riuniti, abbiamo iniziato a provare il mio materiale più “nascosto” e con cui avevamo meno familiarità. […] Abbiamo riarrangiato molti brani […]. Be’, ha funzionato, e io mi sono chiesto: “Perché mai non ci abbiamo pensato prima?”».

Bruce Springsteen Live in New York City

È il 1999 e la E-Street Band ritorna on the road in Europa e negli Stati Uniti: parte il Reunion Tour. Fu in quell’anno, il 19 aprile a Milano, che lo vidi per la prima volta. Non ero a digiuno di live rock, anzi. Ma dopo quelle tre ore e più di musica nulla fu come prima. Tutti quelli che pensavo fossero i capisaldi del rock si sciolsero come neve al sole. Scenografia, look, droghe, vita dissoluta, spirito maudit: Bruce non aveva bisogno di nulla. Nulla che avrebbe in qualche modo potuto distogliere l’attenzione da lui, dalla band, dalla musica. Dietro al palco c’era un telo nero. Punto.

Bruce Springsteen Live in New York City

Quando il concerto finì, non capii subito che avevo assistito alla più grande liturgia rock che una band poteva realizzare. E che solo Bruce poteva esserne l’unico celebrante. Di quel tour, il live appena ristampato è stato registrato in due serate (29 giugno e 1 luglio 2000) al Madison Square Garden di New York e rende perfettamente l’idea di cos’è un concerto di Bruce Springsteen con la E-Street Band. Basta ascoltare i primi quattro pezzi, quelli d’apertura. Sono divisi solo dalla voce di Bruce che chiama il tempo per il brano successivo. Una potenza di fuoco. Rock allo stato puro. E chi non l’ha mai visto dal vivo (ce n’è ancora qualcuno?) guardi il video di My Love Will Not Let You Down. Si soffermi sulla faccia del boss mentre canta il lancio, prima del ritornello. Non risparmia nemmeno un muscolo. Non risparmia nulla.

 

E così per tutto il concerto. Per tutti i concerti, data dopo data. Come è ovvio, ci sono i brani che ogni fan vuole sentire dal vivo, con qualche chicca, come una tiratissima versione di Youngstown, mentre Bruce alza il pugno quando canta i versi «Ora, caro signore, lei dice che il mondo è cambiato, ora che l’ha fatta diventare così ricco da potersi dimenticare il mio nome» o una rarissima versione live di Lost In The Flood. Nell’album anche American Skin (41 Shots), brano scritto per l’assassinio di Amadou Diallo ucciso da quattro poliziotti della NYPD unità Crimini Stradali. 41 Shots viene cantato come un mantra ipnotico, quasi a voler simulare il numero degli spari.

11 settembre 2001. The Rising

E poi un giorno dei primi di settembre vennero giù le torri gemelle. Pare, ma chissà quanto c’è di vero e quanto è già mito, che Bruce fu avvicinato da un fan che gli disse: «We need ya!», abbiamo bisogno di te! Ed eccolo di nuovo a lavoro. Di nuovo in studio con la E-Street Band. Dopo anni. Comunque siano andate le cose, è un fatto che The Rising è uno dei suoi migliori album. Anche ad ascoltarlo oggi.

Bruce Springsteen

Ritroviamo tutto il suo immaginario poetico e musicale. Bruce non giudica. È solo un lungo racconto di storie, nel vuoto lasciato dalle torri. Non c’è patriottismo, non c’è disincanto, non c’è l’America. C’è morte. C’è dolore. C’è lutto. Ci sono gli uomini, le donne, le loro storie e le loro tragedie. «Avevo gli elementi gli elementi necessari per imbastire una storia, e quella storia era come se chiedesse di essere raccontata. Niente di necessariamente lineare o letteralmente diretto. Almeno, io spero che sia così. Perché io sapevo ciò che volevo fare. Volevo che l’emotività di quella tragedia venisse fuori ma non per mezzo di un racconto troppo focalizzato».

My City Of Ruins

Ma non tutti i brani dell’album furono scritti dopo l’11 settembre. Tra questi, proprio quella My City Of Ruins che incarna alla perfezione i giorni successivi al crollo. Bruce non si arrende: “Come On Rise Up”, canta nel brano.

 

Into The Fire racconta del sacrificio dei pompieri (e chissà che Sam Springsteen non ha scelto di fare il pompiere proprio per le parole del padre) con un andamento da vecchio blues che poi apre in un’invocazione da gospel: «Possa la tua forza darci forza, possa la tua fede darci fede, possa la tua speranza darci speranza, possa il tuo amore darci amore». Ma non c’è soltanto una parte. Paradise è uno dei capolavori dell’album. Il racconto nella testa di un kamikaze. Una ballad strepitosa, un intreccio di chitarra acustica e tastiere. Ancora un incipit che ci lancia nell’intera storia: «Dove il fiume diventa nero, tolgo i libri di scuola dallo zaino, plastico, fili e il tuo bacio, il respiro dell’eternità sulle tue labbra». Una delle cose, ancora oggi, più straordinarie che Springsteen abbia scritto. E poi c’è World Apart. C’è Allah. Ci sono i muri che dividono i popoli. E c’è tutta la potenza della E-Street Band all’attacco della seconda strofa, dopo che Bruce canta la prima su un groove elettronico. Rabbia, più che disperazione. L’album, quando uscì nel 2002, mi sembrò quasi un saggio di storia contemporanea. Consumai letteralmente il cd (ora, dopo anni di ricerche, sono uno dei fortunati ad avere la prima stampa in vinile). Ancora oggi mi pare molto più esemplare di tante parole scritte in quegli anni. E fu primo in classifica ovunque.

Devils & Dust

Poi Bruce spiazza tutti ancora una volta. Tre anni dopo The Rising, fa uscire il pezzo mancante della trilogia iniziata con Nebraska, proseguita con The Ghost Of Tom Joad e conclusa (?) con Devils & Dust. Un altro album quasi del tutto acustico, solitario, introspettivo. «Storie individuali, di uomini e donne in lotta contro i propri demoni», sono le sue parole. Ed è un altro pezzo del mosaico springsteeniano.

Devils & Dust

Dell’album resta impressa a fuoco la puttana di Reno, il pugile di The Hitter, il Gesù lasciato solo di Jesus Was An Only Son, gli innamorati di Matamoros Banks, il Rainey Williams cowboy di Black Cowboys. Blues, folk, musica di confine tra Messico e California, scenari desertici. Ogni brano sembra la scena di un film, un cortometraggio montato con poche perfette inquadrature, fatto di perdenti e di disperazione. Ridotti così da quel sogno che Bruce, da sempre, aveva capito essere un inganno.

I testi

Sentire per credere. «Stasera al cantiere navale un uomo ha tracciato un cerchio nella polvere. Io ci sono entrato e ho tolto la camicia. Ho studiato i suoi tagli, gli sfregi, i dolori che il tempo non riesce a curare, ho scartato rapidamente sulla sinistra e l’ho colpito al volto» (The Hitter); «Dopo m’ha versato del whisky e ha detto: “Brindiamo alla migliore che tu ti sia mai fatto”.  Abbiamo riso e fatto il brindisi. Non è stata la migliore, non ci è andata nemmeno vicino» (Reno); «Ho il dito sul grilletto, ma non so di chi mi posso fidare. Quando ti guardo negli occhi ci sono solo diavoli e polvere» (Devils & Dust). E tante se ne potrebbero citare. Devils & Dust non è un album semplice. Ci vuole coraggio a far uscire a metà Duemila un album così. Slide guitar, accordature aperte, armoniche e violini accompagnano l’intero lavoro, racconto di quel grande romanzo americano rurale e popolare, quasi del tutto morto e sepolto.

Bruce Springsteen Live in Dublin

L’arrivo a Pete Seeger, lungo questa strada, era quasi naturale e logico. Il Live in Dublin è il concerto tratto dal tour dell’album We Shall Overcome: The Seeger Sessions. Gli ultimi sono ancora i suoi riferimenti principali. Cambia di nuovo band, cambia brani, mette in scaletta qualcosa di vecchio che ben si adatta al resto e parte per un nuovo tour. Non gli stadi stavolta, ma i palazzetti. Un tour più contenuto. Ma solo negli spazi. Quando lo vidi al Palalottomatica, bastò l’attacco di John Henry a proiettarci tutti in una gigantesca, incasinatissima e festosissima serata in un vecchio pub irlandese. Si ballò per tutto il live.

 

E venne fuori, ma lo sapevamo già, che a Bruce bastava soltanto un’acustica per mostrare tutta la sua forza, la sua potenza, tutto il suo carisma, tutto il suo essere Artista. Mettete la puntina sul solco di O Mary Don’t You Weep, alzate il volume e provate a stare fermi. Vedrete cosa succederà. La suonò anche come brano d’apertura del New Orleans Jazz Festival, otto mesi dopo la furia di Katrina. Fu la prima volta che l’intera città cominciò di nuovo a ballare. Al potere quasi salvifico della musica di Bruce Springsteen.

Le traduzioni dei testi e i racconti di Springsteen sono tratti da Bruce Springsteen. Come un killer sotto il sole, a cura di L. Colombati, Sironi Editore, Milano 2007.

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Tore Sansone

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Sono nato quando uscivano Darkness on the Edge of Town, Outlandos D'Amour, Some girls e Blue Valentine. Quasi a voler mostrarmi la strada. Ora leggo, scrivo, suono e colleziono vinili.

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