Giovanni Lindo Ferretti - Óra

Difendi conserva prega. Le memorie poetiche di Giovanni Lindo Ferretti e di Óra.

«Difìnt, conserva prea», difendi, conserva prega. È questo il testamento, l’invito a cogliere la sfida, che non conoscono gli uomini del progresso, di tornare coraggiosamente indietro, e che Pasolini affida ad un rasato ragazzo fascista dal cuore impuro nella sua ultima poesia friulana, Saluti e augurio.

Giovanni Lindo Ferretti costruisce sulla preghiera il suo testamento umanissimo ed instabile, la sua personale, implorante interrogazione, la sua tenue e tremolante speranza di una liberazione dal dolore del mondo, e li concepisce, né più e né meno, nella forma di una esortazione: Óra, prega (Compagnia editoriale Aliberti).

Chi ha poca propensione a comprendere l’intima dialettica del percorso creativo ed umano di Ferretti, e forse anche poca simpatia per l’aspra contraddittorietà dei percorsi degli uomini, potrà trovare, e non gli se ne potrà far colpa, insopportabilmente cattolico, romano ed apostolico questo commovente libro d’ore. E finirla lì.

Un lungo percorso spirituale

Giovanni Lindo, anima majakovskiana ed iconoclasta, salmodiatore nel deserto dai CCCP ai CSI fino all’ultimo esperimento musicale dei PGR (Per Grazia Ricevuta) offre con una immediatezza priva di qualunque orpello, per quanto ben mediata di cultura sacra e profana, in assoluta umiltà di fedele, la propria professione di fede.

Risuscita dall’oblio il proprio passato matrilineare, quello del bambino orbo di padre e costantemente alla ricerca del Padre, e lo fa srotolando un fiume caldo, profondo, di religiosità, adagiandosi in un grembo luminoso attinto da nonna e madre nelle forme minute, essenziali, della devozione mariana, nella casa avita, segnata da lutti, fatiche e disfacimento a contatto con la Storia.

Ferretti ricostruisce schegge spezzate d’infanzia e le riannoda ai grani del Rosario, nella convinzione che infanzia e divino si assecondino nella verità, in una dialettica che non si chiude mai lungo un quarantennio denso di sconvolgimenti epocali, in cui l’esperienza umana ed artistica passa dalla pregheria alla canzone, in un negarsi, risorgere, confondersi e sgorgare l’una nell’altra.

Giovanni Lindo Ferretti e la vita appenninica nella quale viene concepito Óra

Si può detestare Ferretti e liberamente pensare quel che si vuole di lui e del suo appartarsi nella casa cadente degli avi a Cerreto Alpi, fra i cavalli, gli animali e la semplice vita della gente d’Appennino, fatta di mungiture e preti di campagna. Non sfuggirà però come il pregare, nella sua apparente dicotomia di privato e pubblico, di canto religioso e profano, di preghiera solitaria, messa o concerto, sia la catena di ferro che imbraca tutto il pensiero di Ferretti (perché sì, qui c’è un pensiero) e non sfuggirà come il pregare sia sposato al difendere e conservare, al tentativo umanissimo e disperato di trattenere con le unghie un passato che è infanzia, un mondo di orti, mulattiere, fichi e casali, in opposizione al logoramento del consumo, all’impero del bisogno, nell’ansia di fissarlo e fermarlo al di qua dei traumi della  Storia e delle lacerazioni della propria storia, di uomo calato nella molteplicità e nel dolore della maturità.

Questa pasoliniana resistenza al moderno, al consumo, ad un mondo che urla ad una voce sola, si manifesta allo spirito religioso di Ferretti nella necessità di far sgorgare l’assoluto nel qui ed ora, nella mistica congiunzione di uomo e divino, nella comunione con Dio non attraverso le forme esplose di una religiosità moderna e fai da te, ma attraverso le finiture spigolose, geometriche, e ben codificate del catechismo tridentino.

Vorrebbe vincere la sfida di tornare indietro, Ferretti. Ma, diversamente da Pasolini, non porta l’assalto al mondo guidato dalla spada dello scandalo, si accontenta di armare un piccolo e fragile rifugio, in cui recuperare il succo divino di un tempo che non esiste, non esite più, non è mai esistito se non come tensione ad una purezza di infanzia, anch’essa impossibile. Da qui, la lacerazione e l’ansia di conciliare sé al divino, sé al mondo, di scorgere con giubilo nel mondo il segno del divino (vero, falso che sia).

Un percorso umano, quello di Ferretti, in caduco equilibrio fra la preghiera infantile, il suo smarrirsi agli albori di una giovinezza votata alla piazza e al verbo dominante della politica, fino alla dispersione di sé nell’iterazione degli slogan; un nostos, un ritorno a casa, quello di Ferretti, casa come riacquisizione finale di verità semplici, essenziali, assolute. Sempre sapute, credute e infine dissepolte.

La liturgia di Ferretti è quella latina, preconciliare; il pontificato che lo salva, quello di Benedetto XVI, la cui udienza rievoca commosso; la scelta di vita nell’oggi, si intuisce, quella dell’eremo mistico, pur in contatto con la contingenza, lasciati i cavalli e le montagne alle spalle.

La memoria dei CCCP

In Óra scorrono preghiere, e scorrono canzoni lungo un sentiero ben poco tortuoso che dai CCCP porta all’oggi. Evidenziate le une e le altre in grassetto nel testo, dalla raffinata e rinascimentale arte tipografica dell’editore Aliberti. Scorrono i versi di Madre, di Annarella, quelli di Amandoti, folgorante trilogia dell’amore e della dispersione. Versi che, con molti altri, si confondono alle litanie mariane, ai grani del Rosario, al Credo, al Padre Nostro, al Magnificat, al Subvenite, a tutto l’armamentario di preghiere latine e volgari del libro intimo di Ferretti. Un continuum mormorato e sommesso, in cui esortazione alla preghiera e ricorso, anche pubblico, al canto, sono la strada maestra per un ritorno a casa, a Casa.

Si ripercorrono lavori, concerti, solitari viaggi appenninici, discussioni e ragionamenti del tempo che fu con compagni di strada perduti e con i nuovi trovati; si riflette con compassione sul tempo presente e sulle sue fatiche, si ricordano amici, musicisti, chi è andato e più non torna, si piangono morti, in una luminaria di paese montano in cui tutto, miracolosamente, ed è illusione momentanea, sembra consistere nel suo fragile luogo.

Può non piacere Ferretti. A maggior ragione può non piacere quel che scrive, pensa e senza posa professa. Chi scrive non è suo fratello in Cristo, tutt’altro, Cristo se l’è scordato da un pezzo. Ma non di meno è colpito e scosso dal tono disarmato di chi si sente una fragile canna agitata dal vento divino, e senza sosta si interroga sulle cose prime e ultime. Tocca e commuove la voce fragile, debole, affannata  e sofferente, dell’uomo perduto nel mondo ma che non cessa di interrogare, di chiedere, ed implorare, ancora oggi e come sempre, sotto le alabarde incrociate del dadaismo e della decostruzione, del punk filosovietico e filo islamico, così come da una panca scrostata della chiesa sperduta di Cerreto Alpi, di essere liberato dall’assedio quotidiano del Male.

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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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