Sandy Denny Live at the Royalty

Sandy Denny: le prime registrazioni e l’ultimo concerto

Forse per progetto o forse per caso  due uscite dell’ultimo Record Store Day illuminano l’Alfa e l’Omega della carriera di Sandy Denny, l’inizio e la fine del  cammino artistico affascinante, complesso, doloroso di una delle più grandi cantanti nella storia del rock. E non solo del folk o del folk-rock, come di solito si dice.

Di Alexandra Elene McLean Denny (1947-1978) è soprattutto nota la fase trionfale di fine anni ’60-inizio ’70: tre album come voce e front-woman dei Fairport Convention, uno dei quali – Liege & Lief – fondamentale esempio di  arte ‘tradizionale’ arrangiata in chiave elettrica, di  musica ‘vecchia’ più nuova di molta musica dichiaratamente nuova e più resistente alla cattiveria del tempo (nel 2022 suonano più attuali i Fairport o i Cream?. Poi c’è la vittoria in due anni consecutivi (1970-1971) nel referendum del Melody Maker per la miglior voce femminile britannica. Celebre è anche il duetto con Robert Plant in The Battle of Evermore dei Led Zeppelin, unica voce ad avere mai affiancato quella di Plant nella storia del granitico gruppo. Infine va ricordata Who Knows Where the Time Goes, la canzone-simbolo della musicista londinese, incisa da decine di artisti fra cui Judy Collins, 10.000 Maniacs, Cat Power, Nina Simone.

Il prosieguo della storia è meno conosciuto e più complicato: una carriera solista che mai decolla commercialmente, il ritorno con i Fairport in una formazione ormai poco convinta, una vita familiare che va sempre più a rotoli.

 

Gold Dust, l’ultimo concerto

Si arriva così a Gold Dust: Live at the Royalty (Earth Recordings), che propone 11 tracce dall’ultimo concerto di Sandy, il 27 novembre 1977 al Royalty Theatre di Londra (*). Se non sapessimo delle concomitanti vicende umane parleremmo di un’artista forse tesa eppure vitale, in grado di ripercorrere in modo credibile la propria carriera, in alcuni casi in grado di rendere più fluide alcune canzoni che nelle versioni di studio soffrono di suoni sovraccarichi. Vero è che la voce ha qualche incertezza nel fraseggio, ma è sempre riconoscibile, emozionante, a volte perentoria, a volte indifesa, a volte entrambe le cose insieme.

Forse la tournée conclusasi con la data londinese vuole riprendere le fila di una carriera a un passo dal naufragio, vista anche la rottura del contratto discografico con la Island. Un posto per lei nel circuito adult pop potrebbe esserci, ma oltre alla carriera anche la vita è vicina al naufragio: alcolismo ormai cronico, depressione, insicurezza cronica, separazione tempestosa dal marito Trevor Lucas. Nemmeno sei mesi dopo, il 21 aprile 1978, Sandy conclude la sua vicenda umana per un’emorragia seguita a una caduta dalle scale di casa.

Gold Dust è dunque un’opera struggente, paragonabile, come stato d’animo, alle ultime incisioni di altri grandi voci dissipate quali Billie Holiday e Nina Simone. Non è imprescindibile, ma chi vi si imbattesse potrebbe convincersi senza troppa fatica a esplorare oltre.

Sandy Denny - Early Home Recordings

Le prime registrazioni

Se Gold Dust è l’Omega di cui si diceva all’inizio, Early Home Recordings (anch’esso pubblicato dalla Earth) è l’Alfa della carriera di Sandy Denny (**) . Come dice il titolo, si tratta di registrazioni domestiche datate 1966-68di discreta/buona qualità  che mostrano una giovane folksinger ancora poco nota in cerca della propria strada per quanto concerne il repertorio e, in parte, anche per la cifra vocale. La sorprendente imitazione dei trilli di Joan Baez in East Virginia dimostra che nessuno o nessuna “nasce imparato”, salvo imparare presto se il talento lo consente. E il talento ben si percepisce nelle riproposizioni  dei brani di altri giovani eroi folk come Bert Jansch, Jackson C. Frank e Anne Briggs, così come nelle prime prove d’autrice. Fra queste spiccano Boxful of Treasure – che presto si trasforma in Fotheringay – oppure le due diverse registrazioni di Who Knows Where The Time Goes (una delle quali dovrebbe essere la prima stesura in assoluto). Qui c’è una musicista giovane ed entusiasta, probabilmente consapevole del grande futuro che ha davanti, eppure già toccata da un accenno di tristezza che, con qualche forzatura, potremmo immaginare presagio del non lontanissimo appassire di quel futuro.

Eppure Sandy ci deve avere provato fino alla fine, se per chiudere il concerto al Royalty Theatre (che non immagina certo essere l’ultimo della sua carriera) sceglie di cantare un pezzo come No More Sad Refrains:

E quando queste giornate invernali saranno finite
Ho intenzione di rimettermi in piedi
Mi vedo come qualcosa che mai sono stata
E raccoglierò i pezzi che renderanno la ragazza completa

Triste non sia andata così, ma a noi almeno resta la sua arte.

(*) Gold Dust – Live at the Royalty esce per la prima volta, solo in cd, nel 1998, e presenta tutte e 17 le canzoni eseguite, però tagliando molti applausi e le introduzioni parlate. Inoltre, a causa di problemi tecnici, le parti di chitarra di Rob Hendry vengono risuonate da Jerry Donahue e per i cori vengono aggiunte le voci di Simon Nicol e Chris Leslie. La nuova edizione, stavolta solo in vinile, ripristina l’audio originale, i parlati e gli applausi, ma omette ben sette pezzi.

(**) Il doppio lp Early Home Recordings presenta “per la prima volta su vinile”, 28 brani già ascoltati nelle antologie Who Knows Where The Time Goes. A Boxful of Treasures e The Notes & the Words – A Collection of Demos and Rarities. 

 

 

 

 

 

 

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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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