Neil Young

Prendendo spunto da due dischi di recente uscita, una meditazione su Neil Young come rivisitatore di se stesso.

Neil Young - Talkin To The Trees

Talkin To The Trees: le lacrime conservate nella bottiglia dell’amore

Il commosso splendore psichedelico nel senile abbandono alla malinconia del ricordo in Bottle of Love, penultima di Talkin’ to the Trees, quarantaseiesimo album in studio, asciuga il risentimento sordo per la ricopiatura, il plagio, la retorica che avariano almeno tre canzoni su dieci facendo venir voglia di far volare il disco dalla finestra. Ti viene anzi di abbracciarlo, il canadese che a novembre avrà ottant’anni, per questo disarmante e ammaliante rimando all’Eternità Dorata codificata dal connazionale Jack Kerouac (1922-1969) e celebrata dall’appena compianto Brian Wilson (1942-2025) nelle sue canzoni incantate. Tra placide derive di pianoforte, vibrafono e slide guitar molto California dreamin’, Neil Young canta appassionatamente con la voce raddoppiata per mascherare le incertezze dell’età: “Campi aperti d’un paradiso in attesa /per quella bambina che era ancora nei suoi occhi. /Anni d’amore che stavamo creando /prendendoci il tempo per volare. /Tutte le tue lacrime sono state conservate /in una bottiglia d’amore”. Meraviglioso.

Ode alla vita in famiglia

La bellezza infonde, con minore intensità, anche la conclusiva Thankful che inizia somigliando ad Harvest Moon per proseguire come una canzone di quel gran disco che fu American Beauty dei Grateful Dead, 1970. Neil, umile nella sua fragilità umana, esprime riconoscenza per quello che ha: “Quando guardo quello che abbiamo fatto, /quando penso a tutto il divertimento /sono grato per come mi sento. /Quando guardo ciò che è reale /sono grato”. Anche l’inizio del disco, Family Life, non è da buttare, sebbene la marcetta country cantata con tono da gallinaccio sia tutt’altro che indimenticabile.

L’anziano hippie non è cambiato nelle tattiche amorose da maschio tradizionalista. Se nel 1972, a ventisei anni, cantava in Harvest alla futura compagna, l’attrice Carrie Snodgress (1945-2004), che “un uomo ha bisogno d’una casalinga” (lo era stata nel film “Diario di una casalinga inquieta”, per il quale aveva ricevuto due Golden Globe e una nomination all’Oscar), all’altra attrice attualmente al suo fianco, Daryl Hannah, Neil Young dichiara gioioso di “cantare per la mia migliore moglie di sempre, /la migliore cuoca del mondo”. Ma non risulta che lei abbia fatto la cuoca in qualche film. La si ricorda invece in gioventù, oltre che replicante in Blade Runner, sirena bionda e seducente irritando qualche anno dopo, per le esibite nudità, Jacqueline Bouvier Kennedy Onassis (1929-1994), madre del suo fidanzato di allora, John John Kennedy (1960-1999). Una sorella, Patricia detta Page, è moglie e madre di quattro figli del novantunenne produttore discografico Lou Adler. Young l’ha voluto per registrare Talkin’ to the Trees agli Shangri La Studios di Malibu. Adler, tra l’altro, fu il produttore di Tapestry di Carole King, 1971, uno dei più grandi successi del pop americano con oltre ventidue milioni di copie vendute.

 

Un disco irregolare come il suo autore

Family Life introduce il senso del lavoro: una celebrazione degli affetti e della vita domestica con velleitarie invettive alla moda (“Se sei fascista, vai in Tesla”), demagogico patriottismo ecologista, un paio di sferraglianti fughe elettriche con The Chrome Hearts, il nuovo gruppo di accompagnamento anche dal vivo (Dark Mirage, Big Chance), rimembranze non dichiarate volatili e struggenti. Il fantasma della seconda moglie Pegi Morton (1952-2019), ma forse anche della prima, Susan Acevedo, sembrano stagliarsi come carezze del vento cosmico in qualche verso che sottintende riflessioni esistenziali di definitiva sintesi. Chiarissimi, invece, i riferimenti affettuosi ai figli Ben, Zeke e Amber Jean, oltre che ai nipoti Ronan e Aliyah “che non riesco a vedere” perché la loro madre non gli ha perdonato l’abbandono di Pegi, undici anni fa, dopo trentasei di matrimonio.

Degne d’ascolto, non indispensabili, la title track e la movimentata Movin’ Ahead. Il vecchio imbroglione andrebbe invece cazziato a dovere per quello che combina tra la terza e la quinta canzone: First Fire of Winter, Silver Eagle, Let’s Roll Again. Chi ascoltasse la prima senza conoscerlo la troverebbe magnifica: chi invece lo conosce si accorge subito che è Helpless con il titolo e il testo cambiati. Dall’auto plagio al plagio puro e semplice il passo è breve: le successive due sono la stessa canzone in versione country e rock con due titoli e due testi diversi. Si tratta della leggendaria This Land is Your Land di Woody Guthrie (1912-1967) di cui Neil si appropria ineffabilmente. Roba che neanche Bob Dylan e i Led Zeppelin dei bei tempi avrebbero avuto il coraggio di fare.

La carriera parallela attraverso i dischi ipotetici: arriva ora Oceanside Countryside

Neil Young

In sedici anni, da quando ha iniziato a diffondere sistematicamente le sue registrazioni d’archivio, l’artista ha sviluppato una disarmante e scaltra offerta musicale: i dischi che avrebbe pubblicato a suo tempo se non avesse deciso di pubblicarne degli altri. Gli anni dal 1974 al ’77, al riguardo, sono strabordanti: Hitchhiker (2017, da una session del 1976), Homegrown (2020, con registrazioni tra il 1974 e il ’75), Chrome Dreams (2023, con registrazioni dal 1974 al ‘77), Dume (2024, con registrazioni del 1975). In realtà c’è il trucco: sebbene ci siano canzoni, la title track di Hitchhiker, che il canadese si è trascinato fino al 2010 nei concerti prima d’una pubblicazione ufficiale, diverse altre sono ricomparse secondo la logica umorale del ripensamento del ripensamento del ripensamento che, in linea di massima, gli faceva trovare posto negli album ufficiali tra il 1975 e il 1980. Andando a memoria, solo una canzone dei dischi perduti e ritrovati, Separate Ways con cui inizia Homegrown, complice la batteria sincopata del bravo Levon Helm (1940-2012), è veramente inedita (suonata dal vivo qualche volta con arrangiamenti stravolti) e indimenticabile.

L’espressiva batteria del cantante di The Weight nobilita anche The Old Homestead, splendida e allegorica ballata folk anch’essa risalente alle session di Homegrown e pubblicata in Hawks & Doves, 1980. In origine era destinata a questo Oceanside Countryside rilasciato tre mesi fa che, nelle intenzioni volubili del suo autore, avrebbe dovuto collocarsi tra American Stars’n’Bars, 1977, e Comes a Time dell’anno dopo. Il testo criptico pare alludere, ambiguamente, alle intricate vicende di Crosby, Stills, Nash & Young in risposta alla narrazione, anch’essa allegorica, di David Crosby (1941-2023) nella sua Cowboy Movie, 1971. Verosimilmente ce l’ha con lui, Young, quando inizia sornione: “Su e giù per la vecchia fattoria /il cavaliere nudo galoppa attraversando la sua testa”.

 

La campagna in riva all’oceano della California

“Oceanside Countryside è l’ultimo dei grandi album perduti di Neil Young a essere pubblicato come parte della sua Analog Original Series (AOS)” ci informa la Warner Music Italy dal suo sito. “L’album è stato registrato da maggio a dicembre 1977, prima dell’uscita di Comes a Time nel 1978. I due album condividono lo stesso suono country folk e tre canzoni (Goin’ Back, Human Highway e Field of Opportunity) appaiono su entrambi gli album. L’uscita in vinile di Oceanside Countryside include alcuni brani presenti sul cd omonimo in Neil Young’s Archives Vol. III. Tuttavia, questa lista di tracce corrisponde al modo in cui Oceanside Countryside era stato originariamente pianificato per essere pubblicato e finalmente sarà reso disponibile su vinile per la prima volta in assoluto. Registrati su nastro, questi sono i mix originali eseguiti al momento della registrazione”.

Insomma, questa visione della campagna in riva all’oceano (Pacifico), per quanto gradevole e con canzoni importanti, non rivela nulla di nuovo che non sia per completisti e feticisti. Il primo lato (Oceanside) contiene canzoni acustiche registrate da solo. Il secondo (Countryside), oltre al ripescaggio di The Old Homestead, ne propone di country folk registrate a Nashville con Joe Osborn (1937-2018) al basso, Rufus Thibodeaux (1934-2005) al violino, Ben Keith (1937-2010) al dobro e Karl Himmel alla batteria.

Troppa grazia, Santo Neil

La pubblicazione ritardata dei cosiddetti dischi perduti ci dice che in tutta la carriera Neil Young ha fatto, soprattutto nei fecondi anni Settanta, diversi grandi album ma non capolavori. Nessun Harvest, 1972, e On the Beach, 1974, è paragonabile, almeno per me, a quello che, nel canzoniere da solisti di CSNY, è il non plus ultra: If I Could Only Remember My Name, 1971, mitico esordio di Crosby. La ragione va probabilmente cercata nella frenesia creativa che, nel nome della spontaneità, porta l’artista ad avere nei suoi dischi spesso canzoni eccellenti alternate a riempitivi, comprese vere e proprie porcherie imbarazzanti (Talkin’ to the Trees ne è un esempio classico). Con meno auto indulgenza e un controllo artistico più rigido della qualità, ci sarebbero stati meno album ma di maggior valore.

Oceanside Countryside apre con lo splendore di Sail Away e chiude con una delle tante versioni di Pocahontas, commovente come sempre. Entrambe trovano posto, nella discografia ufficiale, in Rust Never Sleeps, 1979, ma la seconda transita anche negli album perduti e ritrovati Hitchhiker e Chrome Dreams. La seconda e la terza canzone del primo lato sono le meno pregevoli Lost in Space e Captain Kennedy, poi su Hawks & Doves. Goin’ Back, Human Highway e Field of Opportunity sono le stesse che si trovano in Comes a Time con quest’ultima priva delle armonie vocali di Nicolette Larson (1952-1997) e la seconda che risale al mancato disco della reunion di CSNY nel 1974: avrebbe dovuto esserne la title track. Dance Dance Dance è del 1969 e sarebbe apparsa nell’omonimo album d’esordio dei Crazy Horse due anni dopo. Di The Old Homestead abbiamo detto, mentre anche It Might Have Been è un reperto delle scorribande d’inizio anni settanta con i Crazy Horse ripresa a metà degli Ottanta con gli International Harvesters.

Che dire? Pubblicare nel 2025 Oceanside Countryside nulla aggiunge né toglie alla storia artistica di Neil Young. È un disco piacevole da ascoltare, ma anche già ascoltato, a pezzi, chissà quante volte. Emana però quel senso di autenticità cristallina a contatto con la natura, propria del cantautore giovane, che, dagli anni Ottanta in poi, avrebbe convissuto con gli sbandamenti tra i generi musicali e le imprevedibili deviazioni umorali, oltre che con tonnellate di feedback, che avrebbero trasformato l’artista in personaggio. Nel 1977, l’anno della morte di Elvis Presley e della prima e più genuina ondata punk (avrebbe fissato il momento nel celebre verso di My My Hey Hey: “Il re è morto ma non è stato dimenticato. /Questa è la storia di Johnny Rotten”), il canadese difendeva il senso della sua purezza espressiva ed esistenziale. Il vecchio ragazzo che ci fa ascoltare oggi Oceanside Countryside ci dice, anche, che nella mente e nel cuore, nel bene e nel male, è rimasto come allora.

 

 

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Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

Di Pietro Andrea Annicelli

Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

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