Kraftwerk

Kraftwerk 3-D – Teatro degli Arcimboldi, Milano 2 maggio 2022

 Le circa 2.000 persone che si sono ritrovate al Teatro degli Arcimboldi il 2 maggio per la performance (definirlo concerto è riduttivo) dei Kraftwerk avevano acquistato il biglietto nel 2019, un anno che sembra già perso in un passato lontano, da tanto il mondo è cambiato nel frattempo. Ma l’evento portato in scena dai quattro artisti tedeschi, rimandato due volte per i ben noti motivi, è ormai di una classicità atemporale.

Foto e video non rendono mai giustizia a uno spettacolo, che va sempre vissuto in prima persona. Ciò è tanto più vero in questo caso, dato che la parte visuale è in 3D. Gli occhialini consegnati all’ingresso sono contenuti in un’elegante bustina di carta raffigurante il logo della band, un piccolo oggetto di arte pop che in molti conserveremo, un primo esempio dell’estrema cura con cui ogni dettagli odi questo progetto è stato concepito.

Kraftwerk 3-D

I Kraftwerk in versione 3-D entrano in scena

I quattro tedeschi si presentano sul palco vestiti con le consuete tute luminose in neoprene/LED, davanti a esili console illuminate al neon. La scaletta delle due ore di esibizione prende in considerazione il repertorio a partire da Autobahn (1974), tralasciando i precedenti dischi, più cervellotici ed ancora incerti sulla direzione da prendere. Da quell’album in avanti i Kraftwerk idearono uno stile di elegante essenzialità e di glaciale fascino che, più che anticipare techno-pop e dance elettronica, li inventarono di sana pianta. Mentre molti loro connazionali immaginavano ancora fughe nel cosmo, loro ebbero l’intuizione geniale di celebrare l’era delle macchine e l’alba dell’uomo-macchina, di mostrare la poesia e la bellezza nella tecnologia che ci circonda, di far cantare le automobili, i treni, le radio a transistor, i personal computer, questi ultimi celebrati in un disco del 1981, che già parlava di un Computer World,quando ancora era impossibile immaginare l’importanza che l’informatica avrebbe avuto nel nostro quotidiano.

Di tanto in tanto mi volto ad osservare i visi degli spettatori, tutti con occhialini ed ffp2, mi sembra uno straniante contorno perfettamente adatto al contesto. Quando cantavano We Are the Robots (o Wir sind die Roboter) i Kraftwerk già sapevano che la tecnologia avrebbe omologato i nostri comportamenti, ci avrebbe resi tutti simili, avrebbe rimpicciolito il mondo, e sapevano che non sarebbe stata solo un semplice orpello o contorno, ma ci avrebbe cambiati radicalmente.

Il repertorio concertistico tra suoni e parte visuale

Le canzoni sono presentate in forma simile alle versioni pubblicate sul box The Catalogue, che aggiornò il suono dei loro classici all’era digitale. A chi come me è abituato a vedere in concerto musicisti che utilizzano strumenti tradizionali, loro quattro appaiono come dei tecno-sciamani che evocano misteriosamente suoni così perfetti da sembrare forgiati in un’officina.

La parte visuale è non meno importante e avvincente, assomiglia a una mostra d’arte in movimento ed è la perfetta controparte della musica, alla quale si abbina e si sincronizza con rigorosa precisione. I filmati e le animazioni, nei quali la tridimensionalità ci fa sentire letteralmente immersi, rimandano al futurismo, alla pop-art, alle avanguardie artistiche mitteleuropee e sovietiche del ‘900. Il loro immaginario visivo sembra più nostalgico che futuribile, è retro-futurista, evoca come una nostalgia del futuro, il futuro come ce lo siamo immaginato nel passato. Un passato nel quale, a differenza di oggi, riuscivamo ancora a guardare al futuro, pur con le paure e le incognite che ci prospettava, quelle espresse ad esempio in Radioactivity.

In tutta questa perfezione e presunta freddezza c’è anche molta emozione, se è vero che il pubblico reagisce con applausi entusiasti. E l’elemento umano del Man-Machine mi fa ricordare  Klaus Schulze, altro grande musicista elettronico tedesco, il quale dichiarò di parlare coi suoi sintetizzatori, di trattarli col rispetto e l’empatia che si devono ad un essere vivente, perché dopo tutto dentro a queste macchine ci sono millenni di evoluzione intellettuale umana, millenni di successi e sconfitte.

A fine esibizione, prima del richiestissimo bis, i quattro lasciano il palco e parte una lunga versione di The Robots, accompagnata da un video che presenta i quattro automi con le loro fattezze; poi si abbassa lo schermo e i replicanti sono fisicamente presenti e si muovono a tempo di musica.

Il vero commiato, al termine del bis, è l’unico momento in cui c’è un contatto diretto fra gli artisti ed il pubblico, ognuno dei quattro ringrazia e riscuote gli applausi e l’ovazione che gli tributiamo. Il più osannato è ovviamente il veterano Ralf Hutter, l’unico membro fondatore della band. Lui e il compianto Florian Schneider erano il nucleo centrale dei Kraftwerk, il cuore umano del Man-Machine.

Che dire dei Kraftwerk 3-D?

Gli ultracinquantenni come me hanno assimilato questi suoni sin da piccoli. La scelta che fecero i Kraftwerk di comporre musica orecchiabile fece sì che nelle nostre radio, già a metà anni ’70, fosse possibile  ascoltare cose come Radioactivity o Trans Europe Express. Anche le orecchie di un bambino potevano avvertire in queste canzoni apparentemente semplici un elemento di novità assoluta, una tensione verso il futuro. Fu memorabile la loro apparizione a Domenica In nel ’78, quando Corrado, che gestì il surreale siparietto con grande simpatia e professionalità, tentò di intervistare i quattro manichini, abbigliati nella classica uniforme, con camicia rossa e cravatta nera con led luminosi. I Roboter erano approdati nel salotto domenicale degli italiani.

Di giovani ce n’erano ben pochi al Teatro degli Arcimboldi, ma uno di questi, oltre alla camicia rossa, aveva anche la cravatta scura con tanto di lucine pulsanti. Non ho avuto la faccia tosta di fotografarlo e chiedergli dove se la fosse procurata, ma questa immagine è l’ultimo ricordo che mi porto appresso dell’evento del 2 maggio 2022.

 

La scaletta del concerto:

Numbers / Computer World
It’s More Fun to Compute / Home Computer
Spacelab
Airwaves
Tango (Unofficial title)
The Man-Machine
Electric Café
The Model
Autobahn
Geiger Counter / Radioactivity
Metropolis
Tour de France / Prologue / Étape 1 / Chrono / Étape 2
Trans Europe Express
The Robots

Encore:
Pocket Calculator / Dentaku
Computer Love
Non Stop
Boing Boom Tschak / Music Non Stop

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Nasce a Savona nel 1966 e per il momento ancora vive. Ascolta musica voracemente e ne scrive a tempo perso. Ad una certa età pensa di sentirsi troppo vecchio per continuare a comprare dischi, ma rinsavisce in fretta e torna sulla retta via. Lavora come infermiere in terapia intensiva e durante la pandemia la musica lo aiuta a pensare a qualcosa che non sia il Covid-19.

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