Johnny Marr, 17 luglio 2026 – Roma, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone
Appena entra in scena, puntualissimo, abbandoniamo le seggioline e ci riversiamo sotto il palco. Qualcuno intona il coro “Johnny fucking Marr!” e inizia la festa. Nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, parterre strapieno e tribuna affollata, il pubblico romano mostra subito le proprie intenzioni: godersela. Sì, godersi questo viaggio nel tempo, a quegli anni Ottanta durante i quali è vero che c’era un sacco di plastica e lustrini, ma c’erano pure loro, The Smiths. Una di quelle band che faceva canzoni in cui potevi davvero immedesimarti e che aveva non solo un messaggio politico, ma una vera e propria visione. Da una parte con i testi di Morrissey, cantore della fragilità, e dall’altro con lo stile innovativo della sei corde di Johnny Marr. E se all’epoca il mio cuore, come quello di molti altri, batteva soprattutto per le liriche e le provocazioni del cantante, col tempo ho apprezzato sempre di più l’importanza del lavoro del caro Johnny. E oggi che Moz ce lo siamo perso completamente, è Marr quella certezza di cui abbiamo bisogno.
Una scaletta ben bilanciata con brani del repertorio solista, con gli Electronic e, ovviamente i classici degli Smiths
Non avendolo mai visto dal vivo, avevo sbirciato la scaletta dei live precedenti (lo so, una cattiva azione indotta dall’eccesso di informazioni a disposizione, che toglie magia e sorpresa) e avevo letto qualche intervista, quindi già sapevo che un suo concerto si muove in perfetto equilibrio tra dischi da solista e classici degli Smiths, scelta pragmatica e sensata. La gente le vuole sentire quelle canzoni, è il concetto, quindi è giusto dargliele. Ma non possono e non devono mancare i brani di una carriera lunga quarant’anni, di cui solo cinque (pensate!) occupati dagli Smiths e ben dieci con gli Electronic. Si parte allora con Generate! Generate! (da The Messenger), ma si passa subito a Panic ed è incredibile quanto ancora possa essere liberatorio urlare “Hang the DJ”.
La serata prosegue così, pescando qua e là, dalle clamorose The Headmaster Ritual e This Charming Man al nuovo singolo “Spin”, davvero niente male, passando per il suo brano solista più riuscito, Easy Money, e poi un pezzo degli Electronic (“Getting Away With It”) e altri classiconi come Bigmouth Strikes Again e How Soon Is Now?”. Ma è forse con Please, Please, Please Let Me Get What I Want che il rito collettivo raggiunge il culmine, con la spontanea partecipazione vocale di tutti. E Johnny non si risparmia, lo sa che siamo lì per vedere le sue mani su quella benedetta chitarra e allora si avvicina al bordo del palco, senza arroganza, con stile e naturalezza, per un abbraccio sincero.
Il finale è con There Is a Light That Never Goes Out. È la stessa canzone che ha scelto Morrissey per chiudere i suoi concerti. Non credo si siano messi d’accordo. Una luce che non si spegnerà mai. Ed è proprio vero.
