daughn gibson me moan

daughn gibson me moan

di Antonio Vivaldi

Quando sei un ‘personaggio’ e sei anche musicalmente riconoscibile, il lavoro è quasi tutto fatto. Ti trovi a 500 metri dalla vetta dell’Everest, ma per arrivarci ti serve l’ossigeno della scrittura. E Daughn Gibson quell’ossigeno non ce l’ha, oppure il fantasma di Waylon Jennings gli ha bucato le bombole.  Gibson è un tipo belloccio e ispido che ha fatto il camionista e tante altre cose da America profonda e da qualche anno è passato alla musica; il suo stile accosta  voce baritonale ad atmosfera da bettola malinconica, chitarrone twang a plateali campioni elettronici e nell’insieme crea un morphing di Waylon Jennings (a volte il canto sembra un’imitazione smaccata dell’’outlaw’ texano), Johnny Cash, Alan Vega, Chris Isaak e Stan Ridgway. Insomma, tutto molto tenebroso e ben  pensato, persino troppo, ma anche tutto uniforme e scialbo. Me Moan (secondo album a un anno di distanza da All Hell, meno rifinito ma più solido) propone una sequenza di pezzi che per i primi secondi sembrano destinati a spaccare il mondo e poi non azzeccano mai un hook o un ritornello convincenti. Si salvano solo l’unico episodio da corale camionistica, Kissin’ On The Blacktop, e The Right Signs che evoca l’immagine dei Sisters Of Mercy in gita da pensionati in giubbotto di pelle  in mezzo al deserto. Un album di cover sarebbe un’ottima idea.

6,2/10

 

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Daughn Gibson – Kissin On The Blacktop

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