Recensione: Alice Cooper – Detroit Stories
Earmusic – 2021

Recensione: Alice Cooper – Detroit Stories

Alice Cooper rivisita il passato con le sue Detroit Stories: e che passato!

Recensione: Alice Cooper – Detroit Stories

Earmusic – 2021

Di Detroit Stories Alice Cooper ne ha da vendere. Nato nella Motor City nel 1948, ha fatto in tempo ad attraversarne tutta la gloriosa storia rock alla quale decide adesso, con l’ultimo disco appena uscito, di tornare con un’aria da rivendicazione tipo “io c’ero voi no”. Probabilmente dettata dal fatto che ormai da anni nessuno lo prende troppo più sul serio, anche se continua a riempire le sale da concerto. Ma sono concerti da nostalgici del “rock vero”, mentre la critica o il pubblico più aggiornato lo vedono, con quel look tardo glam un po’ esagerato, come un’americanata.

Un precursore dimenticato?

Normale che gli faccia rabbia, ad Alice Cooper. Lui è stato un precursore per tante cose. La sua prima band si chiamava Spiders, poi la voleva ribattezzare Nazz, salvo scoprire che il nome era già preso (da Todd Rundgren). Siamo nei tardi 60s e Vincent Damon Furnier (peraltro che bel nome non d’arte) si trasforma in Alice Cooper. Poco dopo però il glam esplode in Inghilterra e insomma se oggi lo associamo a una figura di riferimento, sono altri gli Spiders che ricordiamo, venivano da Marte e non da Detroit. Poi Alice Cooper vira verso un rock più hard, con l’immagine shock più tardi ripresa da Manson: e magari fan troppo giovani pensano che l’abbia pure inventata Marilyn. Ha staccato la testa di un pollo on stage (anche se pare non sia andata proprio così, lui stesso lo dice), ma ci ricordiamo solo Ozzy e il pipistrello. Ha persino corso alle presidenziali decenni prima di Kanye West, nel 1972, uno scherzo per promuovere il singolo Elected – Kanye, purtroppo per lui, era serio.

Alice Cooper – Detroit Stories: fra cover e canzoni originali

Insomma, Alice Cooper ha molto da rivendicare con Detroit Stories e comincia dalla musica che lo vede pimpante come non si sentiva da tempo. Ci sono diverse cover, anche se la prima, che apre il disco, rappresenta la rivale storica: è infatti Rock & Roll dei Velvet Underground. Poi ricordiamo Sister Anne firmata da Fred Sonic Smith quando era negli MC5, ed East Side Story di Bob Seger. Accanto a lui c’è il fido produttore Bob Ezrin e insieme infilano una serie di canzoni che rievocano il suono classico della Detroit di un tempo. Non guasta che, oltre alla “band Alice Cooper originaria” (o quanto ne è rimasto), vi siano anche (fra i molti) Wayne Kramer, Joe Bonamassa e Steve Hunter.

Alice, Iggy e Ziggy

Certo, Alice Cooper a volte si fa prendere la mano dalle rivendicazioni. In Detroit City 2021 canta: “Me and Iggy were giggin’ with Ziggy and kickin’ with the MC5. Ted and Seger were burning with the fever and Suzi Q was sharp as a knife”. Poi nel secondo verso dice che allora Eminem (anche lui di Detroit, notoriamente) indossava ancora il bavaglino, il che fa un po’ mémoires d’outre-tombe visto che lo stesso Em adesso ha 48 anni.

 

Ovviamente ho scherzato. Tanti hipsters se la possono sognare la carriera di Alice Cooper, che non pensa solo ai trascorsi, ma anche alle Detroit Stories del presente, mostrando in Social Debris la città distrutta dalla crisi economico-sociale, ma sempre tosta come lui. Il disco non soltanto non deluderà i suoi fans, ma emerge fra le troppe uscite piatte che ne hanno caratterizzato la parte “matura” della produzione.

Alice Cooper – Detroit Stories
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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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