Cobalt Chapel - Orange Synthetic
Klove - 2021

Recensione: Cobalt Chapel – Orange Synthetic

La musica neopagana dei Cobalt Chapel e del loro Orange Synthetic

Dischi fatti per puro amore. Ecco, i Cobalt Chapel appartengono a quel filone che trova le sue radici nelle musiche neopagane di The Incredible String Band e di oscure bands pre-psichedelia molto improntate su suoni di tastiera e che ben si adatterebbero a pellicole come The Wicker Tree o ai grandi classici della Hammer, la casa produttrice britannica dell’horror che più si impose tra gli anni ’60 e ’70.
Cobalt Chapel - Orange Synthetic

Klove – 2021

Meglio però fare una premessa, il duo è composta da Jarrod Gosling, già mente creativa degli I Monster (non a caso nome preso da una pellicola con Christopher Lee che rivisitava il mito del Dr. Jekyll) e dei Regal Worm (creatura che a qualcuno sarà più nota per via del revival di un certo prog tardo sixties) nonché valente artista e grafico, e Cecilia Fage, attrice regista e musicista con Matt Berry And The Maypoples (Berry è uno dei vampiri buontemponi di What We Do In The Shadows, comico, autore e tante altre cose ancora – consiglio di cercare Year Of The Rabbit appena uscito, mini serie tv imprescindibile). Detto ciò, Orange Synthetic è il secondo album dei Cobalt Chapel, il primo già lo divorai, ed è stato realizzato con il medesimo approccio. Ovvero, siamo nel 2021 ma chi se ne cala. Credo sia infatti molto difficile individuare nelle canzoni che compongono l’album anche un solo elemento di contemporaneità sonora e, altrettanto vero, non vi è alcuna concessione malinconia al bel tempo che fu, piuttosto una completa astrazione ricca di suggestioni multiformi permeata sia da incubi infantili che da nenie celestiali.

Il secondo album Orange Synthetic

L’album si apre con In Company e subito si viene catapultati in una atmosfera da cinema inglese arrabbiato, catchy e minacciosa al tempo stesso, The Sequel è purissima deviazione ancestrale, psichedelia e gelatine colorate con una drum machine marziale. Message To ha addirittura qualcosa dei Van Der Graaf , un beat veloce contrappuntato da un suono Hammond molto contagioso, A Father’s Lament ha la cadenza di una sinistra giga con i fiati a fare da punteggiatura, mentre Our Angel Polygon è paganamente ecclesiastica. Cry a Spiral parte con qualcosa di bucolico per poi trasformarsi in un trip tastieristico onirico e It’s the End, The End non sarebe stonata in una pellicola italiana poliziottesca.
Pretty Mire, Be My Friend è un uroboro sonoro piacevolmente ipnotico quanto un giro su una giostra di cavalli di legno. E.B. simula suoni acustici e si appoggia su un madrigale delicato che evidenzia quanto la voce della Feige sia elemento assolutamente indispensabile all’estetica e al significato della band e tutt’altro che elemento puramente decorativo. Si conlude con Orange Synthetic, brano che da il titolo all’album e summa suprema di un album pienamente riuscito.
Nota di colore: credo di aver letto che nell’album Golsing suoni 19 tastiere diverse, gli esperti me lo confermeranno. Per adesso tiro su le coperte perché qualche brivido mi è venuto e non è febbre.
Cobalt Chapel - Orange Synthetic
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Marcello Valeri

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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