Holy Monitor - Southern Lights
Blackspin Records / Primitive Records - 2021

Recensione: Holy Monitor – Southern Lights

Dalla California 1967 alla Grecia 2021: signore e signori gli Holy Monitor!

La madrepora della scena greca da cui si staccano i dispettosi polipetti degli Holy Monitor è nota al sottoscritto più o meno quanto lo sono l’animismo africano o la spettroscopia non lineare. Nondimeno si prende dovutamente e volentieri atto che essa esiste e si aggiunge che il nostro collettivo di fricchettoni del XXI secolo fa quasi venir voglia di saperne di più. Quasi, si è detto, e ci par subito di avere esagerato: contentiamoci di loro, ché per il resto si starà a vedere.

Holy Monitor - Southern Lights

Blackspin Records/ Primitive Records – 2021

Giunti dalla terra di Zeus, con Southern Lights alla quarta prova, gli Holy Monitor, tanto per cominciare, ci pare non abbiano nulla a che fare col sound dei seventies (siccome lo si dice a giro ci è piaciuto smentirlo). Non appena la metaforica puntina tocca il metaforico microsolco si è immediatamente proiettati sulla scena psichedelica californiana, fatta di tanto amore, pessime droghe e creatività stellare, catturata nel calore del suo apogeo – diciamo fra il 1967 ed il 1969 – in quel magico attimo sospeso che fa presagire come tutto, di lì a poco, si sarebbe fatto cenere.

Le chitarre infinite degli Holy Monitor

Chitarre, chitarre, chitarre. Su questa base, intrecciato ad una onnipresente tessitura d’organo, si regge il suono degli Holy Monitor. Chitarre molte, due, e molto acide, che richiamano in vita gli spiriti corrosivi dei Grateful Dead, dei Quicksilver Messenger Service, dei Jefferson Airplane e finanche di epigoni un po’ appesantiti, martellatori ineguagliati di genitali: gli Iron Butterfly. Psichedelia reale (nel senso monarchico del termine, s’intende), con tutti gli ingredienti che da sempre ce la fanno amare, nonostante ci faccia non di rado soffrire, e che la rendono ai più indigeribile: estenuanti cavalcate elettriche – che qui si fanno perdonare una spiccata  tendenza alla ripetizione con l’abilità di creare solidi riff memorabili (nel senso che si fanno ricordare) – divagazioni vagamente orientaleggianti, puntiformi cesellature meditative ed estatiche.

Cosa si ascolta in Southern Lights

Rispetto a così grandi padri, con l’astuta accortezza che caratterizza tutti i neopsichedelici postmoderni e, soprattutto, i loro produttori, vige nei paraggi degli Holy Monitor un più saggio e diremmo borghese senso del limite, che induce cautamente a non spingere le dilatazioni musicali oltre i limiti ritenuti oggi comunemente perdonabili. River, che apre il disco, una delle migliori riuscite di Southern Lights, costituisce l’esempio più certo di un suono elettrico, non di rado pronto a sconfinare in territori di più ruvida densità, ma in cui resta sempre ben saldo il senso della melodia, ed anche, senza che il notarlo valga né una critica né un elogio, lo stampo di fabbrica da cui escono pezzi di assai simile fattura, come le tesissime e sature Naked in The Rain e Southern Lights e la più articolata, spezzata The Sky Is Falling Down, uno dei picchi di interesse dell’album.

La fitta rete di chitarre conosce, come da consolidato programma di sala, precostituite smagliature, brevi pause ed estasi oniriche assortite a variare – e talora, diciamocelo, a rendere sopportabile – la tensione complessiva. Ed è, secondo chi scrive, proprio qui che si annidano le sorprese.

Si pensa, più che alle divagazioni interstellari di Hourglass, complessivamente forse la traccia più scialba, a due piccole gemme lucenti, Blu Whale e la conclusiva Under the Sea, che, sorrette da una scura vocalità femminile, dismettono il cannone della doppia chitarra a tutto vantaggio di un’intima  atmosfera di smagata malinconia, stanca e ombrosa, sotto la stella irrequieta e materna (che ci piaccia esagerare si era già capito) di Nico e Grace Slick.

Il futuro degli Holy Monitor dopo Southern Lights

Difficile vaticinare il futuro agli Holy Monitor, che pure vengono da terra di oracoli e sibille. Difficile dire se una sonorità così densa di passato saprà rivelarsi portatrice di una solida originalità. Il vostro umile scrivano, a cui pare che le buone intenzioni non manchino, si augura di cuore che esse possano per una volta lastricare la strada non di un proverbiale inferno ma di una raggiunta autonomia.

Holy Monitor - Southern Lights
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Enio Bruschi

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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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