Un pochino dispiace dover ammettere che Until The Hunter è un ottimo disco. Dispiace perché Hope Sandoval è una delle artiste più sostenute mai incontrate da chi scrive. Risposte laconiche e banali a qualsiasi domanda (ma con il tono di chi enuncia cosmiche verità), perenne broncetto annoiato sul bel viso da indie-Bardot. Una volta può essere un caso, due no (soprattutto a vent’anni di distanza l’una dall’altra).
Hope Sandoval: charme poco comunicativo
Una piccola soddisfazione era stata dunque annunciare che Seasons Of Your Day, il suo disco del 2013 con i Mazzy Star (il gruppo da lei creato molti anni fa insieme all’appena più simpatico David Roback) era di una noia mortale. E dire che si trattava del loro grande ritorno dopo 17 anni di silenzio. Tante atmosfere e nessun accenno di canzone. O forse toccava all’ascoltatore intelligente l’onore e l’onere di cogliere le sottili variazioni fra un brano e l’altro…
Until The Hunter: terzo album con i Warm Inventions
Quanto a The Warm Inventions, è il nome del progetto che Sandoval condivide da inizio secolo con il batterista dei My Bloody Valentine Colm Ó Cíosóig (grafia ‘normale’: O’Ciosoig), progetto che rispetto ai Mazzy Star dovrebbe proporre una dimensione persino più astratta e dilatata. Invece è come se oggi i ruoli si fossero infine invertiti. Until The Hunter è un disco con molte sfaccettature e molte psichedelie, ma tutt’altro che vago. Una luce flebile eppure visibile da molto lontano illumina la suadente ossessività di Into The Trees, i toni da diario intimo di A Wonderful Seed, il flamenco da fine della notte di I Took A Slip o i languori di Let Me Get There, cantata a due voci con uno svaccatissimo Kurt Vile. Alla fine spunta a sorpresa persino il desert rock al limite del roboante di Liquid Lady.
La cosa importante è comunque un’altra, ovvero l’assenza (almeno apparente) di sussiego. Qui ci sono canzoni in cui possono specchiarsi gli ascoltatori e non solo gli artisti. Ci sono emozioni vissute e non somministrate. C’è una malinconia come modo d’essere e non di apparire. C’entra forse la bellezza che a 50 anni comincia a sfiorire?
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