Recensione: Mother’s Cake – Cyberfunk!
Membran - 2020

Recensione: Mother’s Cake – Cyberfunk!

Dall’Austria la follia psych-rock dei Mother’s Cake: Cyberfunk! è una conferma.

Quando sento parlar d’Austria d’istinto e per non sbagliare sudo freddo. Schönberg, Rilke, Musil, Hoffmanstal. L’Anschluss. Grandezze monumentali e marmoree, sinistre svolte della Storia. Da non dormirci la notte, insomma. Di solito accade che mi svegli urlando e mi consoli al pensiero delle dolcezze mozartiane e delle morbidezze straussiane. Da qualche giorno ho un motivo in più per pacificarmi con quella (grande) nazione, fertile di ingegno letterario e musicale: i Mother’s Cake.

Recensione: Mother’s Cake – Cyberfunk!

Membran – 2020

Attivi dal 2008, con alle spalle tre album in studio e uno dal vivo, premiati da collaborazioni importanti  – con gli Alice In Chains, per dire, e non a caso – giungono nel 2020 al loro quinto lavoro. Tre anni sono passati da No Rhyme No Reason, che già lasciava presagire bene, spumeggiante com’era di sonorità ruvide memori dei fasti di Seattle. Esemplare convincente e già ben rifinito di psych-rock, il lavoro del 2017 vantava almeno una gran bella canzone, l’elegante Black Roses (oltre ad una cover splendida), degna di restare.

Con Cyberfunk! i Mother’s Cake fanno centro

È con Cyberfunk! però che i Mother’s Cake centrano la piena maturità espressiva, alla loro suggestiva miscela di controtempi prog, meditate durezze hard, chitarre acide e suggestivi allentamenti space aggiungendo un detonatore nuovo e potente, il funk. Il risultato è un maturo e raffinato gioco di intarsi, memore della grande lezione di sincretismo dei Funkadelic. Le mani esperte di una band nata adulta, in grado – tecnicamente parlando – di fare più o meno tutto quel che vuole, e che ha lavato a lungo ma con cautela i panni nelle acque acide ed agitate del post-grunge, ci regalano undici brani di struttura ardita e studiata che vorremmo definire transmusicali, con il loro andare e venire da mille mondi diversi e mai che ciò accada senza avervi colto almeno un (acido) fiore.

I momenti migliori

Cyberfunk! esordisce come meglio non si potrebbe, con la speditezza deminoise di Tapedeck, per passare poi alla splendida Toxic Brother, sulla cui elegante base hard rock si innestano una stralunata vocalità barrettiana e dilatazioni che ricordano le dispersioni cosmiche dei primi Pink Floyd. Se con I’m Your President inizia la vera fiesta musicale, con basi hard, funk ed echi di rap che si scambiano in continuazione le parti, sostenendo una vocalità aspra e scandita, con Love Your Smell, dall’inequivocabile rinvio lynyrdiano, gemma di perfezione rara e pausa in tanta tensione, sorprende un inatteso psyco-R&B, pigro, slabbrato e saturo di suoni e sentori di Oasis. Segue The Operator, bella sincope di drum & bass su cui si innesta un canto ritmato che con la dilatazione del finale si riversa in Cybernova, i cui liquidi ricami jazzistici per tastiera fanno pensare (ed è un bel pensare) al mondo (inattingibile ai mortali) degli Steely Dan.

 

Ma è con Hit On Your Girl che, per chi scrive, si tocca il punto più alto del disco: funk tesissimo, con deliziose mosse dance ed in cui inserti chitarristici spezzano continuamente il ritmo, facendone uno splendido puzzle musicale. Lonley Rider, altra gemma dell’album, con il suo elegante elettro-funk, ricco di scatti danzanti, come tutti i (bei) salmi finisce in un lunatico Gloria, che pare intonato alla salute dei Beatles in acido del White Album. Non è finita e c’è ancora tempo ancora per il solido rock di The Beetle e per un finale a sorpresa, su ritmi reggae ibridati di rock di Desire, che hanno ricordato, all’anziano che scrive, i fasti lontani di Combat Rock. Pace fatta con l’Austria, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, cui piace pensare che Cyberfunk! sia uno dei non moltissimi segnalibri da non strappare di questo – si spera – irripetibile 2020.

Mother’s Cake – Cyberfunk!
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Enio Bruschi

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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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