Recensione: Fleet Foxes - Shore
Anti - 2020

Recensione: Fleet Foxes – Shore

Robin Pecknold reinventa i Fleet Foxes con Shore.

Recensione: Fleet Foxes - Shore

Anti – 2020

In copertina rimane scritto Fleet Foxes, ma questo disco è stato realizzato da Robin Pecknold in quasi totale solitudine, senza i soliti musicisti che, in qualche modo, fanno parte del gruppo. Nonostante ciò, Pecknold ha pubblicamente esteso i suoi  ringraziamenti verso i preziosi collaboratori,  confermando che lo accompagneranno successivamente dal vivo. Inoltre Shore esce ad una distanza relativamente breve  da Crack-Up, vista la lunga carriera delle ‘’volpi’’ e i pochi dischi usciti finora.

Il seguito di Crack-Up

Crack-Up era un disco denso e maturo che forse segnava la conclusione di una fase ben precisa. Ovvero: siamo bravi, belli, barbuti e capaci di stupire con brani lunghi e arrangiamenti complessi. La genesi di Shore è stata bruscamente interrotta dall’espandersi della pandemia, tuttavia Robin Pecknold ha proseguito, in un relativo  isolamento, nella composizione e registrazione dei brani, prima a New York presso lo studio di  Aaron Dessner, poi in Francia e infine a Los Angeles.

Shore, un disco perfettamente riuscito per Pecknold e i Fleet Foxes

Ispirato da lutti recenti e remoti  si è concentrato anche sugli aspetti tragici del mondo musicale. La scomparsa di amici e famosi musicisti, per esempio, torna nel testo di Sunblind, dove vengono citati David Berman, Bill Withers, John Prine ma anche Judee Sill ed Elliott Smith (“Nuoterò per una settimana, nelle calde acque americane*…seguendo le scie che avete lasciato”). Un’altra evidente peculiarità di questa uscita è la stringatezza dei brani; solo uno supera i cinque minuti e ben tre si fermano prima dei due e mezzo (anche se l’accattivante Wading In Waist-High Water è praticamente l’intro di Sunblind). Come già detto, tutto a carico di Pecknold, ma con qualche cameo d’eccezione: Kevin Morby, Daniel Rossen, e due diversi batteristi. La compositrice d’avanguardia  Meara O’Reilly invece contribuisce con alcuni vocalizzi a Jara (brano che evoca il coraggio di opporsi all’ingiustizia). Un disco importante, d’acqua, d’aria e di sognante intensità. Questa volta il presuntuoso talento dei Fleet Foxes (o di Pecknold) riesce nell’intento di far premere il tasto “play” e riascoltare il disco dall’inizio. Di questi tempi non è proprio poco!

 

P.S. Il disco è accompagnato da un bel video dallo stesso titolo che merita certo  uno sguardo.

*American Water è un disco dei Silver Jews di David Berman

Fleet Foxes - Shore
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Fausto Meirana

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Recensore di periferia. Istigato da un juke-box nel bar di famiglia, si cala nel mondo della musica a peso morto. Ma decide di scriverne  solo da grande, convinto da metaforici e amichevoli calci nel culo. Scrive così così, disegna anche peggio, come si capisce qui: www.fausto-meirana.tumblr.com

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