Pan Daijing – Jade

Le installazioni di Pan Daijing diventano un disco: Jade.

Pan Daijing è una poliedrica artista cinese, che risiede da tempo a Berlino (ah, Berlino…). Musicista, artista, performer non manca di stile, né le mancano riconoscimenti internazionali, ché le sue installazioni corrono i continenti, nelle sale di prestigiose gallerie, fra Londra, Tokio e Berlino. Dopo Lack, del 2017, Pan Daijing approda con Jade al secondo album. Confesso di averci provato, sul serio, a trovarlo interessante; giuro di aver ascoltato con diligenza quanto di Pan si riesce a reperire ed ammetto con onestà la sconfitta. Ho fallito ed ho anzi stimolato su di me l’effetto inverso, quello di una sazietà insoddisfatta. Ed anche risentita.

Pan Daijing – Jade
Pan – 2021

Non dico che Jade sia brutto, che la sua accorta suite di atmosfere sinistre, sospesa fra ambient, industrial ed elettronica minimale, animata da rari sospiri e vocalizzi, e molto misuratamente noise, sia mal costruita. Al contrario. Si dice che è terribilmente prevedibile, però; attesa ed uniformemente noiosa. Si obietterà che si tratta di una consapevole scelta di stile. Non saremo noi a negarlo, ma non ci sia tolto, almeno, il sacrosanto diritto allo sbadiglio e alla noia.

Pan Daijing – Jade

Certo, non si fatica a credere che questi ‘sfondi musicali’ trovino una loro più compiuta dimensione nelle performance e nelle installazioni di un’artista tanto versatile, ma, ahilei, Pan pubblica album musicali e questa sua scelta impone a chi li ascolta di giudicarla per la musica che offre e non per le sue altre non poche qualità.  Lack era già una sinfonia di tedio, con la sua ben costruita e meccanica fenomenologia dell’angoscia in dieci capitoli. Jade, dal minutaggio appena un po’ più contenuto, non lo è di meno. Non si saprebbe ricordare, di questa ben tornita e monotona litania, un brano che spicca, che lascia un rintocco nella memoria: le piccole, misurate e sinistre stazioni musicali di Pan sono puro distillato di accademia. Si potrebbe citare indifferentemente il primo o l’ultimo brano della sequenza, senza che il loro ricordo desti in noi il benché minimo lieve palpito.

Però la noia prevale

Ancora una volta, a rischio di diventare noiosi, ci si sorprende a misurare la grande distanza che passa fra le ambizioni, spesso esorbitanti, e i risultati, molto modesti, di una attitudine sperimentale che è in realtà ripetizione sperimentata di forme e di stili e che lungo questa strada corre (non da adesso) rapida vero la completa negazione di sé. Ascoltando Jade si ha voglia di fare altre cose, si ha voglia che finisca presto, di passare ad altro. Spiace che il tempo intercorso fra Lack e Jade non abbia lasciato intravedere una luce, uno spiraglio, ma si resti imbrigliati nella ripetitiva contabilità musicale di un formulario preimpostato, destinato a ripetersi senza troppe variazioni.

Spiace. Ma anche noi, non diversamente da Leopardi, giunti alle ultime note ci siamo detti – rincuorati – “veggo terra”.

Pan Daijing – Jade
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Di Enio Bruschi

Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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