Recensione: Pretenders - Hate For Sale
BMG - 2020

Recensione: Pretenders – Hate For Sale

Akron fucina di talenti: dai Devo ai Pretenders, che oggi tornano con Hate For Sale

A proposito di Akron, al tempo auto insignitasi del poco invidiabile titolo di “capitale mondiale della gomma”, Jerry Casale dei Devo ebbe a dire: “In America a causa dell’inquinamento si producono mutazioni, il DNA si altera; ad Akron il cielo è grigio per lo smog e il fiume è talmente pieno di petrolio e di sostanze chimiche che ogni tanto si infiamma in alcuni punti”. Noi gli crediamo sulla parola, eppure in quei giorni lontani, nell’affumicato, inquinato e sinistro heart of darkness degli States qualcosa deve pur essere accaduto (di buono, intendo dire), se nel grembo akroniano si formavano i Devo ed iniziava a muoversi Chrissie Hynde, che con Mark Mothersbaug condividerà l’oscura esperienza giovanile dei Sun. Sat. Mat., che credo nessuno abbia mai capito chi fossero (ma va bene così).

Recensione: Pretenders - Hate For Sale

BMG – 2020

Gli esordi dei Pretenders

Questi due gruppi, distanti quanto più non si potrebbe, hanno una agrodolce storia comune: osannati dalla critica all’apparire con eccesso di entusiasmo, sbeffeggiati sia gli uni che gli altri, nel prosieguo, con gusto quasi persecutorio, dopo Pretenders (1980), Pretenders II (1981) e Learning To Crawl (1984), a nostro avviso la punta più acuminata della tripletta, non si sa esattamente cosa non si sia perdonato alla Hynde; se una certa ruvidezza un po’ provinciale, se il successo planetario di Don’t Get Me Wrong e I’ll Stand By You, se il non voler essere, paga di sé, una nuova Patti Smith o se la sua resistenza a giocare a Skipper & Barbie con Debbie Harry a uso di un immaginario maschile (di critica e pubblico) che le incoronava sul campo quali convincenti sostitute dei cataloghi Postalmarket.

Variazioni di rock

Chi scrive ammette di aver sempre pensato che da un lato la Hynde fosse un po’ troppo per i Pretenders non essendo dall’altro abbastanza da sola, spiegandosi così un continuo inside and out come avesse addosso un abito di volta in volta o troppo stretto o troppo largo. Ma chi scrive è atipico ed eretico degustatore dei Pretenders, se ne rende conto e lo confessa con infernale candore. Crede, per dire, che i dischi degli anni Novanta non siano da buttare, che in ¡Viva El Amor! (1999), bell’album di rockeggiante pop radiofonico, il dittico conclusivo Samurai e Biker sia fra le loro prove più intense, e che il maturo autunno di Alone (2016) con le sue coloriture folk sia il quasi capolavoro di un gruppo che di capolavori non ne ha mai fatti – nemmeno sotto tortura ammetterò che lo siano Brass In Pocket o Private Life o qualche altra loro canzone.

Pretenders – Hate For Sale

Hate For Sale è la conferma di un più che passabile stato di salute del gruppo – che dopo quarant’anni abbondanti ci pare già grasso che cola. La Hynde è invecchiata con giudizio, la sua vocalità si è fatta più scura e la sua capacità di interprete più fine, profonda e sfumata. Il lavaggio dei tradizionali panni pop rock nelle acque dei grandi classici folk e soul jazz di Walve Bone Woe (2019), nonostante gli splendidi suoni di archi e fiati del Woe Ensemble soffocato da arrangiamenti leziosi e da paludamenti orchestrali, ha, pur con esiti complessivi piuttosto fiacchi, ben fertilizzato il terreno: la vena fifties di You Can’t Hurt A Fool, elegante soul ballad non priva di echi presleyani, è infatti, a sorpresa, la pallottola d’argento del disco, laddove la ballatona finale Crying In Public si sforza di mimare intensità e convinzione, ma ci riesce solo a metà.

 

La vibrante energia post punk – sia pure arrotondata e ben sintonizzata su frequenze radiofoniche – delle inziali Hate For Sale e The Buzz (che potrebbero ben figurare in Pretenders II) ed il ritmo felpato ed ipnotico che si combina al reggae in Lightning Man sono gli altri momenti alti del lavoro; la filastrocca rock Junkie Walk, come non bastasse anche un po’ moraleggiante, il più basso. Di Turf Accountant Daddy, I Didn’t Know When To Stop, Maybe Love Is In NYC, Didn’t Want To Be This Lonely, dignitosi pop rock di cui è pieno il mondo, non si sa che dire di più se non che sono decorosi fillers e che ci dimenticheremo di loro.

La voce di Chrissie Hynde è un tesoro da celebrare

Cantava Luigi Tenco Se vuoi amar l’amore / tu non gli chiedere / quello che non può dare”. Ecco, non lo chiediamo nemmeno ai Pretenders – e neppure ai Devo – di essere o essere stati quel che non potevano, ridimensioniamo con equità la mitologia degli esordi e con più equilibrio guardiamo al dopo e all’oggi, che non è sempre da buttare, godendoci – con misurato entusiasmo – Hate For Sale e la voce di Chrissie Hynde, ché, quella sì, ancora taglia e splende.

Pretenders - Hate For Sale
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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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